Wednesday, February 13, 2013

Quello che le donne non dicono (o non possono dire)



Alle soglie di una nuova tornata elettorale, con i nostri politici che fanno a gara per apparire in tv ed annunciare tagli e concessioni a questo o quello, si sente nominare di tutto: abolizione dell’IMU, tagli alle spese, condoni tombali, incentivi alle aziende, ammortizzatori sociali. Eppure della condizione delle donne, che rappresentano più del 50% dei votanti in questo Paese, neanche un accenno. Le donne in Italia sono una categoria disagiata. Una categoria silente, anzi silenziata, ed ignorata. L’occupazione femminile in Italia è al 46,5%, fanalino di coda dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), ben il 12% al di sotto della media europea. Peggio di noi solo Grecia, Messico e Turchia. In un Paese che fino ad oggi aveva registrato relativamente bassi tassi di disoccupazione, la questione femminile inizia a diventare una patata bollente. Le donne, in Italia, non solo sono le prime vittime della crisi economica con la perdita diretta del lavoro ma sono anche penalizzate a livello di impari opportunità. A questo si aggiunge il fattore “lavoro non retribuito”, essendo oltre l’80% dei lavori di cura sia sociale che domestica quasi tutti sulle spalle della compagine femminile. Sulle donne grava un grosso peso sociale e lavorativo che comprende, tra tanto, anche la gestione familiare allargata (figli, nipoti, genitori anziani, ecc) nonché la capacità organizzativa ed amministrativa di intere fette di società: dalla scuola agli ospizi. Al danno ovviamente si aggiunge la beffa: a parità di ruoli, la donna percepisce un terzo in meno dello stipendio rispetto alla sua controparte maschile. E, come dimostrano i dati dell’OCSE, lavora in media 2,6 in più al giorno senza essere retribuita. La maternità, una delle esperienze più belle ed emozionanti per una donna, viene in alcuni casi vissuta con ansia perché troppo spesso accompagnata da preoccupazioni, vessazioni. Oggi come oggi, diventare madri significa quasi certamente perdere il lavoro o porre fine alla propria carriera. Questo purtroppo ha delle conseguenze immediate: la prima, il fatto di creare grosso malcontento, sfiducia e pessimismo (e quindi, potenziale ribellione) all’interno di un grossa fetta di popolazione; la seconda, la perdita di un potenziale enorme a livello professionale per la nostra società. Molte di queste donne forzatamente disoccupate infatti, sono laureate, spesso con master, esperienza all’estero e quant’altro che però non riescono a trovare uno sbocco professionale e/o conciliare i loro impegni di mamma con quelli donna che lavora. La condizione femminile in Italia è seria. A testimoniarlo ci sono anche i livelli allarmanti di omicidi, abusi e violenze (senza contare il mobbing e lo stalking non denunciato) che vengono perpetrati sulle donne ogni giorno. Una donna muore ogni tre giorni in questo Paese. E’ un dato drammatico perché tale violenza è spesso esercitata da coloro che dovrebbero invece salvaguardare la nostra condizione: i nostri amanti, compagni, mariti, fidanzati. La condizione femminile ha radici lontane, storiche e culturali. Certo è che qua, a parte aver sdoganato la minigonna, il femminismo non ha registrato grosse vittorie. Non come negli altri Paesi europei. E’ stato un femminismo di facciata, di forma che ha lasciato invariata la sostanza. Il ventennio berlusconiano ha esacerbato una situazione già grave, sdoganando di fatto l’idea della “donna trofeo” messa a nudo (letteralmente) in tv, che sbatte tette e culo in faccia al presentatore (uomo) di turno ed alle telecamere, aldilà delle quali si trova una massa di guardoni in incognito. La “velina” è diventata una figura iconica, alla quale molte ragazze si inspirano, associandola a successo, fama, fidanzati ricchi e famosi (ma mai al talento). Il “bunga bunga”, ultimo baluardo del velinismo, ha poi sancito quello che tutti sotto sotto già pensavano: il corpo della donna è un templio che va sconsacrato. Questa sorta di misoginismo di società che, alla fine, anche le donne hanno finito per prendere per buono e sfruttare, è alla base di tutte le violenze. Per uscire da questo tunnel buio occorre innanzi tutto che le donne italiane prendano coscienza della loro condizione e della loro dignità. Non più apparire, ma essere. Una volta presa coscienza di ciò che siamo e vogliamo, occorre fare lavoro di gruppo. Cooperazione e solidarietà femminile debbono sfociare in coordinamento politico e sociale. Dobbiamo rompere gli schemi che ci sono stati imposti da un’educazione patriarcale ed una religione subdola ed egoista. Non siamo un mezzo ma un fine. Non siamo un corpo ma un’anima. Basta con la mercificazione del corpo femminile. Basta con i modi di dire sessisti e retrogradi, spesso reconditamente accettati anche da noi donne. Basta con le rivalità masochiste. Basta con l’accettazione di una condizione che non è giusta ed equa e quindi, per tale ragione, non può continuare ad essere tale. Ma soprattutto, basta con l’educazione non paritaria che noi stesse impartiamo ai nostri figli: le macchinine al maschietto, la lavatrice giocattolo alla femminuccia; lo skateboard al maschietto, la cucina in miniatura alla femminuccia. Basta! Basta con questi luoghi comuni che ci hanno convinto vadano a pescare nella nostra catena evolutiva quando in realtà consacrano processi involutivi. E’ risaputo che l’Italia sia una società fondata sulla famiglia. La famiglia, a sua volta, è un’entità fondata sulle donne. Per proprietà transitiva, l’Italia è una società fondata sulle donne. Che però non hanno voce in capitolo. Quello che le donne non dicono, ma prima o poi inizieranno a dire anzi, ad urlare. E quel giorno, saranno guai per tutti.

Thursday, February 07, 2013

Non gioco più, me ne vado

Ci sono voluti sei anni. Sei lunghi anni durante i quali, giorno dopo giorno, il sogno che tutti gli ex espatriati hanno, quello di costruire un futuro sostenibile nel proprio Paese d’origine, si è infranto, schiantandosi frontalmente contro un muro. Ci sono voluti sei anni, due figli, un mutuo da pagare, un lavoro mai realizzatosi ed una serie interminabile di episodi, che come una goccia che scava la roccia, hanno eroso il mio entusiasmo giorno dopo giorno, mese dopo mese. Sei anni per maturare una decisione che forse avrebbe dovuto essere stata presa qualche anno prima: quella di rifare le valige e tornare a migrare. Meglio essere un’espatriata di lusso che non una rimpatriata di troppo. Sei anni per dire basta ad una situazione di ripiego in cui la dignità è diventata un’altra comodità da barattare in cambio di buon cibo a tavola ed una nuotata al mare d’estate con la famiglia. A fine Febbraio mi trasferirò in Canada con tutta la famiglia. Come dice sempre mia nonna: nella vita si chiude una porta e si apre un portone. Per un Paese che non mi vuole, il mio, che mi ritiene “troppo qualificata” (per cosa?), ce n’è uno dall’altra parte del pianeta che è disposto a fare carte false per avermi. In Canada non solo avrò un lavoro prestigioso, ben retribuito e gratificante ma avrò anche accesso ad ottime scuole, servizi eccellenti, una comunità funzionante. ma soprattutto, avrò il privilegio di riscrivere la parola “futuro” nel mio vocabolario. Con l’Italia, un Paese sull’orlo di una crisi di nervi, abitato da persone nevrotiche, egoiste ed individualiste, ho chiuso. L’Italia sarà sempre la mia casa e non potrò mai smettere di amarla. Ma sarà un amore nostalgico, controverso, quasi masochista. Di quegli amori che vivono di passione ma mancano di stima e rispetto, in cui gli amanti finiscono per prendersi a botte. Ed ora, improvvisamente, tutto sembra avere un senso, anche quello che senso non ha mai avuto: gli insulti a chi la pensa diversamente (malattia che affligge anche qualche lettore di questo blog), i parcheggi in seconda fila anche quando poco più in là ci sono posti liberi, le manovre azzardate sulla strada, l’incapacità di rispettare gli spazi ed i diritti altrui, lo scarso rispetto per il bene comune, la disorganizzazione, la burocrazia, l’arroganza, la carenza di tecnologia, l’ossessione per le apparenze (che spesso ingannano) fino alla sfiducia cronica nelle istituzioni. Certo, l’Eden non esiste ma un posto più civile e, azzardo un aggettivo, “ospitale” di questo (e non parlo del l’ospitalità finalizzata al turismo) ci dev’essere. Anzi, c’è. Ci sono. Lo so per certo, perché ci sono stata. Un posto dove tutti possano sentirsi inclusi, valorizzati e parte di un progetto comune. Il sogno di essere cittadini di un Paese democratico, qualsiasi esso sia. Forse non esistono posti “migliori” ma semplicemente posti più adatti a noi. Dell’Italia voglio tenermi quell’idea romantica che tutti gli espatriati maturano dopo anni di lontananza forzata: un posto magico dove la gente mangia bene, beve buon vino e fa all’amore. La realtà è un po’ diversa lo so…ma ogni idea che ci facciamo è sempre un po’ il frutto della trasposizione dei nostri desideri. Agli italiani auguro di essere quello che non sono mai stati: un popolo. Una comunità. Una società. La speranza dicono sia sempre l’ultima a morire. Nel frattempo ci siamo preparati la fossa.