Friday, January 16, 2015

Non tutte le favole hanno un lieto fine....



C’era una volta il Paese dei Balocchi. Dico c’era perché il Paese esiste ancora ma i balocchi sono scomparsi. Come racconta la famosa favola di Pinocchio, il Paese dei Balocchi era abitato da tanti bambini-burattini. Di quel tipo che pensano che la causa dei propri mali sia sempre colpa degli altri, che loro non c’entrano mai niente con nulla, che gli effetti non sono legati alle cause, che in realtà loro sono bambini buoni e che non sarebbero dove sono ora se non fosse per quei cattivoni del Gatto e la Volpe. Così, ai burattini, a forza di raccontarsi bugie non cresce solo il naso no. Dagli che ridagli, finisce che crescono anche le orecchie e la coda (di paglia) che ormai è talmente lunga e talmente incendiabile che basta alitarle un po’ vicino per darle fuoco! Ho per caso detto fuoco?! E certo perché i burattini per operare necessitano anche di un burattinaio, meglio se una combricola intera di burattinai! Gente che i fili li sa tirare bene! Gente che sa tirare fili e corda – quella dei burattini non si spezza mai. Semplicemente si allunga, come il loro naso. E così i burattini finiscono per diventare ciucchi. Il Grillo parlante s’è talmente scassato i maroni di ripetere le stesse cose ai burattini-ciucchi, che decide un giorno di diventare anche lui burattinaio. E che diamine! Meglio tirare i fili che essere cacciati a pedate sul culo. I burattini-ciucchi apprezzano. I burattinai autoritari ma simpatici sono più graditi dei grilli seri, soprattutto se dicono la verità. Meglio grilli per la testa che grilli tra i piedi. I burattini-ciucchi la verità non la vogliono sentire!! Loro vogliono continuare a danzare…lalalala…a divertirsi…pepepe…e alla fine, se le cose buttano male, dare tutta la colpa al Gatto e la Volpe. Il Gatto cieco e la Volpe zoppa. Non ce ne fosse uno sano in questa cavolo di favola! La favola sta giungendo ad una svolta decisiva: i burattini-ciucchi stanno per essere venduti al circo, prima di essere buttati a mare. Ora, con la fine vicina, si stracciano le vesti dal rimorso (mentre si pentono però il naso cresce….) e implorano la Fata Turchina di salvarli. E anche il babbo! E pure la mamma! E si votano a tutti i santi in paradiso! E qui è dove la favola un po’ si inceppa. Perché babbo e mamma sono burattini-ciucchi anche loro. La Fata Turchina (turchina come la bandiera della UE) ha deciso che la bacchetta questa volta ai burattini-ciucchi gliela metterà in un altro posto. Burattini, ciucchi e pure bacchettati…avete ancora il coraggio di cantare e ballare? Avete ancora il coraggio di prendervela sempre con il Gatto e la Volpe? Avete ancora il coraggio di credere che gli zecchini d’oro possano crescere sugli alberi? Continuate pure a ragliare (magari contro l’arbitro che nega un rigore) e vedrete che la Fata Turchina arriverà puntuale come un orologio svizzero, anzi come una banca svizzera. Sotto forma di tanti Draghi (oddio, qui mi si stanno intrecciando le favole!). Piu’ Malefica che Fata. Piu’ culona che velina. Piu’ stronza che compassionevole. Pronta a gettarvi non nella bocca della balena (quella mangia plancton!) ma in quella del coccodrillo (lo stesso che ha mangiato Uncino)…ve l’avevo detto che mi si mischiano le favole! Il Gatto e la Volpe quatti quatti fanno gli gnorri. Ed hanno paura. La Fata lo sa. Il cerchio si sta chiudendo, come un cappio al collo.

Thursday, January 08, 2015

Casa Dolce Casa


Chi vive fuori c’è una domanda che si sente fare spessissimo (da chi fuori non ci ha mai vissuto): “Ma fuori Italia ti senti veramente a casa?” E’ una domanda abbastanza scontata (per chi la pone) che in realtà richiede una risposta molto poco scontata (per chi la elabora e cerca di rispondervi). Ci sarebbe da partire dal concetto di “casa”. C’è la definizione più esplicita che definisce la casa come “un edificio a uno o più piani, di dimensioni e aspetto vari, adibito ad abitazione dell’uomo, residenza di un nucleo familiare”. Poi c’è l’altra definizione, quella più sottile secondo la quale: “La casa è un luogo di appartenenza, di indentità. Rappresenta uno spazio di individuazione all’interno del quale un individuo si definisce e si da’ dei confini.” E qui è dove le case, per la maggior parte, si differenziano. Per i più, la casa è uno spazio conosciuto e quindi rappresenta il vissuto rispetto all’ignoto, un luogo confortevole, sicuro, immutabile nel tempo, frequentato dalle stesse persone e dalle stesse abitudini. Per me è diverso, il concetto di casa è sempre stato astratto, carico di emotività, di emozioni, di esperienze. La mia casa contiene il mio passato, la mia famiglia, la mia adolescenza ma anche  tutto ciò che è seguito, tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino, i posti che ho visto, i posti che non vedrò piu’, i posti che debbo ancora vedere. Ha il sapore delle cozze di Portonovo ma anche quello del fish ‘n chips consumato in un vicolo di Notting Hill, di una Lamington pie mangiata di fretta in New Farm Park a Brisbane, di un filetto di barramundi consumato sul fiume Yarra, a Melbourne o di una bistecca con patate dolci abrustolite gustate in una steak house a Calgary. Parla di rondini, pippistrelli, zanzare, fagiani e geki così come parla di volpi volanti, ragni, canguri, koala, coyotes e orsi. Parla di tante culture, di tante lingue, di tanti punti di vista. Parla di me, di voi, di loro. La mia casa non ha porte e finestre, non ha stanze, nonha chiavistelli. E’ grande come il mondo e piccola come la mia valigia. La mia casa è la mia identità, quello che ero ma, soprattutto, quello che sono diventata. Perche’ ho i capelli così, la pelle così, le scarpe così e le rughe così. La mia casa è la mia lingua italiana, dove torno a rifugiarmi nei momenti di solitudine, ma è anche la lingua inglese che mi permette di essere libera fino infondo, di esprimermi come vorrei. E’ un guscio che mi porto sempre appresso. Ed è per questo che ovunque sono stata ed ho vissuto mi sono sempre sentita “a casa”. Perché la mia casa è indivisibile da me. La mia casa sono io, mio marito, i miei figli. Sono la vita che ho voluto, la vita che voglio.

E a chi mi chiede “Ma fuori Italia ti senti veramente a casa?” rispondo alla Caio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio: “Certo, perché la mia casa è dove abita il mio cuore”.