Monday, November 30, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 1



Sette ore di auto da Calgary a Sandpoint. Bimbi bravissimi (anche se non hanno mai chiuso occhio). Strada quasi sempre ad una corsia, eppure tragitto liscio, quasi rilassante. Paesaggi bellissimi (a tratti, mi hanno ricordato certe parti dell'isola sud della Nuova Zelanda). Alla frontiera, contro ogni pronostico, doganieri americani cordialissimi. Addirittura interessati a noi (non penso accadrà nella direzione opposta!). Questa è la prima volta che entriamo negli Stati Uniti "via terra". Il confine tra Canada e US è invisibile ma sostanziale. Tutto sembra uguale ma non lo è. Il Canada parla di ricchezza diffusa, organizzazione, pulizia, ordine, cordialità, quasi raffinatezza. Gli US parlano di confusione, disorganizzazione, trasandatezza, fast food e disuguaglianza. Eppure trasudano simpatia. Tutto ha più carattere. Tutto sembra essere più interessante. 
Ah si...la nostra macchina, che a Calgary è tra le più mediocri, qui è tra le più nuove... (ma siamo nell'Idaho)
Citazione del giorno: Tutto è relativo.

Tuesday, November 10, 2015

La sottile linea che divide la legittima difesa dall’illegittima offesa


I fatti di cronaca dei giorni recenti sono serviti a far capire molte cose. Prima fra tutte, come la massa sia in preda al sensazionalismo giornalistico e si soffermi sulla superficialità della notizia e non sulla complessità dei fatti accaduti. A meno che non si sia testimoni oculari di un fatto, non si potrà mai avere la certezza di che cosa sia successo davvero e se quello che viene abilmente raccontato dalla stampa non sia altro che una mera interpretazione dell’accaduto atta a veicolare i sentimenti della massa. Perché la massa ormai legge sempre meno e quel che è peggio, pensa sempre meno. Nell’era dei social network e delle fast news, basta un tweet a scatenare il putiferio. Basta il titolo di un trafiletto letto in un post del ragazzo di un’amica a farci credere di sapere tutto. Condividi tu, condivido io e il gioco è fatto. Ormai non si tratta neanche più di leggere ma semplicemente di immaginare. Tutto è lecito se hai almeno venti “mi piace”.

I social network sono sempre il termometro dell’opinione (se così si può chiamare) pubblica del Paese, del sentire del potenziale elettorato (chiedetelo a Salvini!). E allora capita che qualche settimana fa, dopo la sparatoria avvenuta in casa di un sessantenne milanese il quale ha tirato fuori la pistola per sparare ad un ladro (straniero, ovviamente) entratogli in casa, pullulassero post inneggianti alla legittima difesa. Se tu entri in casa mia ed io ti becco, ho il diritto di farti fuori.

Due settimane dopo, appena finito il tormentone di Valentino Rossi (altro materiale da tragedia greca) si ribalta tutto. Una coppia di fidanzatini di Ancona affronta la famiglia di lei, rea di ostacolare la loro relazione, e lui, diciottenne (siciliano e figlio di un pentito) spara ad entrambe i genitori, uno dei quali versa in fin di vita. E qui gli stessi che la settimana prima inneggiavano a Chuck Norris, si ritrovano invece (giustamente) dalla parte della vittima. Perché il ragazzo aveva una pistola? Chi gliel’ha procurata? Delinquente!

E’ la giustizia double-face che si ribalta a seconda di chi sia la vittima e chi sia il carnefice. Più che giustizia parlerei di giustizialismo che si nutre degli articoli de Il Giornale, dei plastici di Vespa, dei tweet di Salvini, delle pagliacciate di Renzi e dell’analfabetismo funzionale che ormai affligge un Paese intero. Nessuno che vada oltre la facciata. Nessuno che provi ad analizzare la situazione nel suo complesso, da osservatore più che da parte in causa.

Sfugge il filo conduttore di tutte queste tragedie, ovvero il possesso di un arma da fuoco. Sia ben chiaro, se avessi un’arma in casa e mi entrasse un ladro, probabilmente sparerei anch’io. Chi non lo farebbe, preso dal panico o dalla paura? Chi, con un arma nel cruscotto della macchina, all’ennesimo sopruso subito per un parcheggio in seconda fila, un semaforo rosso non rispettato o un vaffanculo tirato a casaccio, non avrebbe la tentazione di tirare fuori la rivoltella e sparare? Chi, con una pistola in borsa, in fila alle poste o al supermercato, all’ennesimo vecchietto che vorrebbe passarti avanti facendo finta di essersi sbagliato, non avrebbe la tentazione di tirare fuori la rivoltella e fare una strage (facendo risparmiare anche l’INPS), magari seccando anche qualche dipendente agli sportelli che ha una faccia da culo che lo ammazzeresti? Appunto.

Il nodo della questione è che la pistola la maggior parte di noi non ce l’ha. Ed è giusto che sia così e continui ad essere così. Perché l’uomo, in situazioni di pericolo e di tensione, tira fuori il suo lato recondito e per puro istinto tende a difendersi o a reagire per difendersi. E siccome in situazioni estreme, l’adrenalina prende il sopravvento ed è difficile controllare il proprio stato d’animo, meglio non avere tentazioni a portata di mano. Questo principio sta alla base di qualsiasi società civile. Se così non fosse, si finirebbe come negli Stati Uniti in cui ci si ammazza per un nonnulla, in cui sia che ci si trovi davanti al poliziotto sbagliato che al vicino sbagliato, si può finire secchi con una pallottola alla tempia, dritti al campo santo. Una società da far west, in cui vige la legge del taglione.


La linea che divide la legittima difesa dall’illegittima offesa è molto sottile. Il contesto, gli animi, i caratteri, le circostanze, la classe sociale possono tutte fare la differenza. E la differenza è tra la vita e la morte. E’ questa la società che auspicate per i vostri figli?

Sunday, November 08, 2015

Donne Con Le Gonne


L’emancipazione femminile è ancora oggi un tema molto scottante. A più di trent’anni della liberazione sessuale e dalla rivoluzione politica e culturale del ’68, le donne seppur rappresentando la maggioranza nel pianeta, rimangono ancora succubi ed allo stesso tempo gregarie del ruolo maschile. Ci sono fior fiore di trattati, seminari e libri scritti a riguardo su come la diversità, sia a livello di genere che di cultura, rappresenti una forza non una debolezza ed un mondo più inclusivo sia la chiave per una società più giusta e bilanciata. Eppure ancora oggi nel 2015, noi donne ed un gruppo ristretto di uomini ci troviamo a dover ribadire l’ovvio, a dover lottare con unghie e denti per difendere quei diritti che sono limitati al nostro ruolo di madri e mogli più che di individui. Come cantava già Vecchioni parecchi anni fa, meglio una donna noiosa sottomessa e che possibilmente usi poco il cervello piuttosto che una donna in carriera che sappia quello che vuole e lotti per quel che crede – una col pisello (genitale maschile) diceva lui. Meglio una donna con la gonna – possibilmente corta, così da sfoggiare le sue belle gambe con gli amici.


Molti sociologi ci dicono che il primo passo verso l’emancipazione femminile è l’indipendenza economica. In poche parole, la donna è più libera quanto più è capace di poter far fronte ai propri bisogni senza dover essere dipendente economicamente da altri. Dunque mi pare chiaro che l’emancipazione femminile sia direttamente proporzionale al livello di povertà di un Paese. Più un paese è povero più la donna è sottomessa, più un paese è ricco più la donna ha accesso a pari opportunità. E' quindi nei Paesi industrializzati dove la donna gode di maggiori diritti. Fatta eccezione ovviamente, come sempre, per l’Italia – fanalino di coda in tutto quando si tratta di diritti civili. In Italia, i dati parlano chiaro: le donne sono quelle che si fanno carico quasi esclusivamente del lavoro di assistenza e di cura, sia retribuito che non. Sono quelle che si fanno quasi completamente carico della crescita dei figli, con i padri volutamente relegati ad un ruolo marginale e di supporto. Ma soprattutto sono quelle che più di tutti soffrono il clima economico e sono direttamente colpite dal crescente livello di disoccupazione.

Il motivo parte sempre da lontano e sta alla radice. Chiaramente responsabile di questa situazione è la società machista e patriarcale che vede gli uomini dominanti e gestori di quasi tutti i settori del Paese (le maestre sono donne, il preside uomo; le impiegate sono donne, il dirigente uomo, ecc ecc), ma altrettanto colpevoli sono le donne italiane che da sempre accettano di buon grado un ruolo primario all’interno della famiglia ma subordinato all’interno della società. E questo male radicato e profondo affligge tutte le classi sociali, anche quelle cosiddette “illuminate”. Un esempio: da una parte abbiamo uomini che si dichiarano a favore della parità dei diritti, della parità di genere e si mostrano stizziti davanti alla violenza contro le donne. Dall’altra, gli stessi sono poi quelli che seguono trasmissioni in tv dove alla guida c’è sempre un uomo abbronzato, attempato e mezzo marpione affiancato da una donna giovane, mezza nuda e sorridente che fa da valletta. Sono quelli che magari postano su Facebook foto di donne con addosso solo intimo, in posizioni succinte, facendo commenti espliciti su varie parti intime, come se si trattasse di un pezzo di carne da macello. Sono gli stessi che molto ingenuamente dimostrano la loro vera ignoranza postando addirittura foto di figlie o nipoti, ritenute belle, in pose provocanti per farsi vanto con gli amici. Siamo al paradosso in cui un genitore al giorno d’oggi in Italia andrebbe più orgoglioso di una figlia che dichiara di voler di voler fare la velina piuttosto che di una che dice di voler fare la volontaria per Amnesty International. Le donne d’altro canto, ormai quasi abituate al loro ruolo di damigelle d’onore, adagiate nel lusso di qualche cospicuo conto in banca, sembrano aver dimenticato completamente le lotte portate avanti dalle loro compagne negli anni '70. Anche loro appagate e soddisfatte nel chiacchiericcio insulso davanti ai cancelli della scuola, con il SUV, i vestiti firmati e come unica aspirazione quella di farsi un selfie in costume da postare su Facebook per mostrare che: A. Sono felici; B. Sono fiche. Quando la realtà del contesto della foto rivela esattamente l’opposto.

Non stupiscono dunque le sentenze di primo e secondo grado che gridano giustizia e lasciano impuniti i reati di violenza e di stupro. Né stupisce il clima di screditamento e calunnia che le vittime stesse sono costrette a subire in fase probatoria e sui social network. Eva è peccatrice solo per il fatto di esistere. Ed è la derivazione (di una costola) di un uomo, non il suo complementare. Purtroppo si ha difficoltà a capire che l’ostentazione del proprio corpo gioca a sfavore della donna non a vantaggio. Che ogni complimento colorato nei confronti di una parte fisica femminile in realtà corrisponde ad un insulto, ad un oltraggio all’intelligenza e dunque, all’emancipazione della donna. Il machismo è radicato in molti aspetti della società, non solo in Italia. Ma mentre in altri Paesi si è arrivati ad un punto di discussione che apre le porte ad un possibile cambiamento, in Italia si preferisce fare le tre scimmiette facendo finta che il problema non ci sia o che sia un falso problema. Come diceva Ombretta Colli: facciamo finta che tutto va ben tutto va ben…


Donne, andiamo orgogliose delle nostre gonne. La femminilità è una cosa meravigliosa. Ma nel momento in cui alzate la gonna fate sì che in mostra sia il vostro cervello non un buco con la ciambella attorno. Di buchi ce ne abbiamo fin troppi.