Wednesday, December 23, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Epilogo

Ora capisco lo stupore sconfinato che debbono provare gli americani quando approdano in Europa, soprattutto nello stivale. Un continente in cui a paesaggi meravigliosi si accompagnano storie e culture millenarie ed una tradizione culinaria sopraffina (persino quella austro-tedesca!). Se solo sapessimo salvaguardarlo tale patrimonio... (e qui parlo soprattutto dell'Italia e della Grecia).
Gli Stati Uniti fanno sempre riflettere. Anche le esperienze negative sono spunto di riflessione. Perché in fondo, così tanto di tutti noi è un prodotto della loro cultura - del grande marketing, della cinematografia, della letteratura ed anche della tecnologia Made in America. Il sogno americano è molto meno americano di quello che si pensi. È il sogno di tutti noi, del quale loro reclamano i diritti (come su tutto il resto). Gli Stati Uniti sono il troppo ma anche il nulla. Sono il sovraffollamento delle città ma anche la totale tranquillità e vuotezza delle praterie sterminate, dei deserti aridi, delle pianure sconfinate. Sono tutto quello che vorremmo essere e tutto quello che per fortuna non saremo mai. Sono il diavolo e l'acqua santa, il bigottismo e la spregiudicatezza e molto di più.
Il Canada è la sanità, gli US sono la pazzia psicotica. La pazzia è interessante, divertente, stimolante, ammaliante e contagiosa anche. Ma a (non troppo) lungo andare stanca, logora, irrita.
La straordinaria normalità dei canadesi sta nel fatto che vivano e lascino vivere, che rispettino il tuo essere, le tue idee, le tue abitudini. Senza strillare. È la tolleranza fatta a Paese, fatta a società. Una società inclusiva sotto moltissimi punti di vista. Non saranno mai gli Stati Uniti, nel bene e nel male. Ad avere la scelta, e per puro scherzo del destino, siamo arrivati nell'Alberta ed in un Paese che io ritengo al momento, tra i più vivibili al mondo. Grazie destino. Grazie stella stellina, chiunque tu sia e ovunque tu sia. Da domani si torna alla vita di sempre - anche se la parola "sempre" nel nostro caso ha breve scadenza. Come lo yogurt. 

Citazione: Ho passato la mia vita a misurare il distacco tra la realtà americana ed il sogno americano (Bruce Springsteen).

Tuesday, December 22, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 18



Oggi abbiamo visto posti meravigliosi ai quali sarebbe impossibile fare giustizia tentando di descriverli a parole. Posti che si possono vedere solo viaggiando via terra: remoti, sconfinati, a scarsissima densità di popolazione. È stato il giusto antidoto a Las Vegas, una sorta di purga per tutti gli eccessi. La bellezza della terra a contrasto con la bruttezza umana. Abbiamo visto anche posti così puramente ed autenticamente americani. Pompe di benzina in mezzo al nulla, quei bar bettola tipici dove entri ed al bancone ci sono seduti uomini coi baffi ed il cappello da baseball, curvi su loro stessi che bevono una birra od un gin che la barista fa scorrere lungo il legno del bancone. Cose da film. Cose vere.
Il passaggio dagli US al Canada è stato semplice - in Canadian style. È stato un viaggio lungo e stancante questo (6150 km in totale), ma meraviglioso. Ed ora sono lieta di essere a casa, a Calgary. Un ringraziamento speciale va ai miei genitori,che hanno sponsorizzato gran parte di questa avventura.

Citazione del giorno: La destinazione di un viaggio non è mai un posto ma un nuovo modo di vedere le cose. (Henry Miller)

Sunday, December 20, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 17


Ed è arrivato il momento di tirare fuori i fazzoletti e salutarsi. I bambini sono stati quasi tutto il giorno in uno stato di costernazione, con Sebastian che ogni tanto scoppiava a piangere inconsolabilmente. È difficile spiegare loro perché li abbiamo divisi dalla loro famiglia. Solo quando saranno più grandi saranno in grado di apprezzare (spero) la nostra scelta. Ora proviamo a spiegaglielo, ma termini come "sicurezza", "futuro", "lavoro" e "pensione" non è che facciano tanta breccia nella loro percezione della realtà. Ma un giorno capiranno. Ne sono certa.
È stata una giornata faticosa: 12 ore di macchina e 4 ore di stress puro questa mattina per cercare di far montare tutti sull'elicottero senza perdite di sangue (e soldi). Strano non mi sia venuto il mal di testa! Siamo passati dall'arsura del Nevada alle zone più verdi dello Utah passando per le praterie dell'Idaho fino ad arrivare in Montana. Calgary è sempre più vicina ed ora non vedo l'ora di essere a casa. Il viaggio di andata e quello di ritorno hanno valenza ed emozioni diverse.

Citazione del giorno: YOLO (You Only Live Once)

Saturday, December 19, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 16


Facevano 40 gradi oggi a Las Vegas. La piscina era piena di esseri deformi, imbruttiti dalla grettezza delle proprie vite e dal troppo cibo. Il casinò puzza sempre di fumo. C'era una che vomitava in corridoio. C'era l'olezzo di overdose di colesterolo. Insomma, tutto secondo programma. Non so neanche cosa scrivere oggi, su questo diario, perché non c'è niente da dire. È tutto così tristemente finto e volgare. Un luna park con spaccio di puttane e buffet dove tutto ha un prezzo. Las Vegas ha il prezzo della dignità umana oltre che del pianeta calpestato da troppa aria condizionata ed un ecosistema insostenibile nel mezzo del deserto. Domani si parte verso il Canada, di prima mattina. Un altro addio/arrivederci. I bambini hanno voluto dormire coi nonni e sono molto tristi...la vita continua.

Citazione del giorno: molti pensano che il lusso sia il contrario della povertà. Non è così. Il lusso è il contrario della volgarità. (Coco Chanel)

Friday, December 18, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 15


Mi è dispiaciuto lasciare LA, al cui stile di vita - pretenzioso e superficiale - mi ero quasi abituata. Mi è dispiaciuto soprattutto perché sapevo la prossima metà sarebbe stata Las Vegas che è l'esatto opposto di Los Angeles: piena di grezzi, barbini, esseri grotteschi che in questo circo di vite cercano i loro cinque minuti di goduria. Las Vegas è il sogno delle working class: pacchiana, priva di classe, priva di eleganza e abbondante di fast food e fast sex. Mi ero ripromessa di non tornarci mai più. Ci sono tornata ma ora basta. Avanza anche. Il resto manc(i)a.

Citazione del giorno: quello che succede a Vegas, non deve uscire da Vegas. (E meno male!!!!)

Wednesday, December 16, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 14


I gabbiani non sono poi diversi dalla stragrande maggioranza delle persone. Pensano e possono volare alti, ma spesso si ritrovano a planare bassi per racimolare le briciole lasciate dietro da qualche turista. Sono lì che vorrebbero prendertele di mano ma non hanno abbastanza coraggio per affrontare la situazione di petto. Si avvicinano quatti quatti, fanno finta di niente, fanno gli gnorri e poi...ti rubano alle spalle! Una situazione media amministrativa italiana (e non solo), direi. Malibù è bellina. Opulenza in chiave oceanica. Certo non ha quello che in inglese viene definito il wow-factor (fattore meraviglia). Non per noi europei che di coste stupende ce ne abbiamo da vendere - partendo dal sud della Grecia fino ad arrivare al nord dell'Irlanda. Hanno lo spazio per vivere però, per sentirsi liberi. Dove si può correre, giocare, imprecare senza dare fastidio al vicino di asciugamano. Lo ripeterò a non finire: la bellezza delle "nuove" terre è che lo spazio fisico si traduce in spazio mentale dove ognuno può disegnare il proprio percorso. È difficile spiegarlo a chi ci viene solo in vacanza e vede solo una faccia della medaglia. La vera bellezza (o bruttezza) delle cose la si apprezza dal di dentro. Domani si parte per Vegas. La nostra vacanza sta giungendo al termine. Gli ultimi due giorni e poi si riparte verso la normalità che per noi, per fortuna, è Calgary. Un posto nel quale sono ben contenta di tornare. 
Citazione del giorno: Ciascuno di noi è, in verità, un'immagine del grande gabbiano, un'infinita idea di libertà, senza limiti. (Richard Bach)

Monday, December 14, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 13


Oggi Los Angeles ha un po' più senso. Gli studi della Paramount (unici ancora operativi in tutta Hollywood) hanno aperto una piccola finestra su un mondo che esiste, che dà da mangiare a migliaia di persone e che è la vera storia, la vera anima di questo posto. In cui i sogni nascono sulla base di idee vivisezionate, riarrangiate e ricucite per dare vita a dei progetti incredibili. Quegli stessi sogni che popolano da sempre la nostra fantasia, sin dai tempi in cui eravamo bambini e guardavamo Happy Days. Hollywood è l'insegna più riconoscibile al mondo dopo McDonald's. Un miracolo marketing divenuto vita, aspirazione, identificazione (e conformismo anche).
La piscina, la jacuzi, l'insostenibile leggerezza dell'essere...troppo leggera per essere. Alla quale ci si abitua facilmente.
Stasera serata in un bar ad Hollywood. Siamo riusciti a trovare la forze di rivestirci per uscire dopo aver già indossato il pigiama ed esserci addormentati sul letto coi bimbi. 15 anni fa qualcuno avrebbe dovuto pagarmi per non farmi uscire. Oggi avrei fatto carte false per rimanere a casa. Come tutti gli altri. Ma ci siamo fatti violenza. Questione di età. E di testa. E' giusto che sia così.

Citazione del giorno: Hollywood è il posto dove sono disposti a pagare 50 mila dollari per un tuo bacio e 50 centesimi per la tua anima. (Marilyn Monroe)

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 12


La stanchezza ti spossa, ti incattivisce. La stanchezza abbinata alla confusione ed al caldo ti logorano. Disneyland è una macchina macina soldi in cui uno vorrebbe tornare bambino con il conto della carta di credito a ricordargli che è un adulto. Colori, musica, cappellini, caroselli e lecca lecca. Altro giro altro regalo. Ed altra fila. Sotto il sole, ovviamente. 12 ore. Dall'alba al tramonto. I bambini si sono divertiti tantissimo. Meravigliati e stregati. Ma a volte mi chiedo se certe cose non vengano date per scontate. Sebby ha 7 anni ed a Disneyland ci è già stato due volte. California dreaming. Vizi cosmopoliti. La campanella della giostra suona, la corsa è finita....avanti un altro.

Citazione del giorno: gli adulti sono semplicemente dei bambini antiquati. (Dr. Seuss)

Sunday, December 13, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 11


Sono convinta che LA abbia il suo perché, il suo fascino. Che non sia immediata come NYC o San Francisco. Certe città occorre viverle dal di dentro per apprezzarle veramente. È così anche per Calgary. Certo è che vista così, da turista, LA non è che sia così stravolgente. C'è tanta ricchezza, tanta ostentazione. Ci sono tante Ferrari e tanti arabi e cinesi pieni di borse di acquisti fatti da Gucci o da Ralph Lauren. C'è il sole che splende senza sosta. C'è chi c'ha (troppo). E c'è la patina di pizzi e merletti hollywoodiani. Non so neanche più che foto scattare qui a LA. La fama di questa città si nutre soprattutto del nostro immaginario. Un sogno Made in Hollywood. Un sogno fumoso e sbriluccicante che quando ti svegli, ti rendi conto, non lasci assolutamente nulla se non qualche postilla di sudore.


Citazione del giorno: Adoro Los Angeles. Adoro Hollywood. Sono posti bellissimi. Tutte le persone sono di plastica. Ma io amo la plastica. Voglio essere di plastica! (Andy Warhol)

Saturday, December 12, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 10


Il capitolo Los Angeles è iniziato male: con il padrone della nostra villa a Beverly Hills (un giovane dirigente di un hedge fund) che ci ha fatto vedere i sorci verdi. Per fortuna la situazione si è raddrizzata ma la prima impressione lascia l'amaro in bocca.
Los Angeles non è San Francisco. È arida, quasi grottesca ed arrogante. Superficiale, ricca ed opulenta. Il traffico è punitivo. A Beverly Hills, dove la macchina più sfigata è una Mercedes, ti strombazzano, insultano e mandano a cagare per un nonnulla. La tipica strafottenza di chi pensa di poterselo permettere per diritto acquisito.
Santa Monica ha le spiagge enormi ed i famosi "baywatch" che non somigliamo per nulla a Pamela Anderson. Ma non ha raffinatezza, non ha classe. Los Angeles è Disneyland versione boutique. Ma la villa con piscina sulle colline all'ombra delle palme fa fico. Sebby ci vorrebbe vivere per sempre. Lui che adora Disneyland. Noi invece non ci vivremmo mai. Questa non è la California che preferiamo.


Citazione del giorno: tutto quello che chiedo è di avere la possibilità di verificare che i soldi non facciano la felicità (Spike Milligam).

Friday, December 11, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 9


Goodbye San Francisco. La Pacific Highway è deserta alle 8 della mattina. E nebbiosa. Come la città all'alba ed al tramonto. Una strada bellissima che costeggia l'oceano. Ma lunga, troppo lunga per i bambini. E così, una volta incontrato il traffico, decidiamo a malincuore di prendere l'autostrada che passa all'interno. Nonostante tutto ci abbiamo messo 12 ore. Poveri cuccioli. La California ha un debito pubblico altissimo. E si vede: strade rattoppate, buche, sporcizia. Certe cose costano. In Canada le diamo per scontate.
Siamo arrivati a Beverly Hills con il buio che aveva già inghiottito tutti i contorni delle case, delle vie di questa parte di città. Per strada si vedono le solite insegne: McDonald's, Denny's, KFC. Tutta qualità a buon mercato. Benvenuti negli US - il Paese forse più contraddittorio sulla faccia della terra. Tra cinematografia e realtà, cristianità e dannazione, genio e sregolatezza, bellezza e volgarità. Di tutto e un po' di più.

Citazione del giorno: non è la destinazione ma il viaggio.

Thursday, December 10, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 8


La grande città. Piena di gente. Piena di vita. Caotica. Dove le persone sono incattivite ed ognuno è già parecchio avanti nella lotta per la conquista del proprio "mio". Proprio come piace a me. Ma anche no. San Francisco è sorprendentemente a traffico leggero. Si percorre bene ed i parcheggi costano poco. Mi sarebbe piaciuto viverla un po' più dal di dentro. Ma con i bimbi non si può. Con la stanchezza addosso neanche. In un'altra vita forse. O magari in questa - visto mai le congiunture astrali un domani ci portassero nella baia...
Ho i capelli appiccicosi e arruffati di umidità e salsedine. Il naso bruciacchiato. E tanta voglia di oceano. La mozzarella qui è buona. Altro che quella insipida che si trova a Calgary e che viene spacciata per prodotto italiano. Di italiano vero a Calgary non c'è niente. Ma forse mi ci trovo bene anche per quello. A proposito, qui sotto sono arrivati dieci romani. Nelle prime 12 ore abbiamo dovuto suonare due volte per far spostare la macchina e sono apparse cicche di sigarette nelle cocciole del portone...poi non li abbiam più sentiti (noi ci siamo vendicati con corsa ad ostacoli lungo il corridoio di 20m fatta dai bambini urlando)... San Francisco è piena di europei, e di italiani. Crisi? Certo. Ma qui le apparenze ingannano. Insomma, non se ne esce. Anzi, si prega di uscire...

Domani si parte per Los Angeles passando per la Pacific Highway. Sarà un viaggio pesante ma chi la dura, la vince. Noi puntiamo al pareggio - siamo o non siamo italici?!...beh, quasi tutti...

Wednesday, December 09, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 7


A casa c'è sempre confusione, sempre chiasso. Sembra il film Mamma Ho Perso l'Aereo.
Siamo usciti stamattina con delle ottime intenzioni: percorrere a piedi dal Golden Gate Bridge al Fisherman's Wharf (circa 6km più extra), dove ci aspettava la barca per Alcatraz. Già dopo 1km e mezzo avevamo capito che la scelta non fosse stata felicissima con quattro bambini dai 7 anni in giù che dopo mezz'ora erano già stanchi. Me ce l'abbiamo fatta. Ce l'hanno fatta! Per quando siamo arrivati a destinazione il posto era un delirio: per trovare un buco per mangiare abbiamo dovuto camminare ancora a lungo. Alla fine ci siamo accontentati di un frittaccio straunto di pesce. Mi rimarrà la voglia di una porzione di insalata di gambero fresca....
Alcatraz è Alcatraz. Anche senza Clint Eastwood. Ci ero già stata e le esperienze quando già fatte non hanno mai la stessa intensità. C'è solo una prima volta. San Francisco invece è proprio una gran bella città, la seconda volta come la prima. Non mi dispiacerebbe viverci. Affatto. È vera, è caotica, è grande ma allo stesso tempo non è dispersiva come LA o verticale come NYC. Sa di Martini on the rocks mischiato al sapore di salsedine. Sa di iconografia cinematografica incrociata al realismo urbano. Siamo arrivati a casa distrutti e bruciati dal sole. Soprattutto io e Sebby che dobbiamo avere delle soglie di attivazione della melanina praticamente azzerate. Siamo dovuti ricorrere ai cetrioli in faccia...

Citazione del giorno: l'inverno più freddo che ho trascorso è stata un'estate a San Francisco (Mark Twain).

Monday, December 07, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 6


Mi mancava la vita della (grande) città. Un posto dove la gente vive, lavora e viene anche in vacanza. Un posto che vibra, che sa di (seppur non lunghissima) storia. Un posto che ha carattere, colore e odore. Così come mi mancava il mare. E che mare! L'oceano Pacifico con le sue spiagge immense e le sue onde lunghe. Per me è stato un dolce ritrovo, un ritornare alla mia essenza.
I bambini hanno corso, si sono bagnati, si sono insabbiati. Hanno fatto cose da bambini. Ed anche io che dentro, forse, sono ancora un po' (troppo) bambina....
È quasi rassicurante vedere che a San Francisco tutto è più sporco, le strade hanno le toppe, e ci sono erbacce incolte (ovviamente dipende dal metro di paragone - ciò è vero solo se lo si confronta al Canada non all'Italia!).

Citazione del giorno: stai attento che prendi freddo (di cui non esiste traduzione in inglese in quanto nessuno credo abbia mai detto una roba del genere!...mi ero dimenticata le fisme italiche...)

Sunday, December 06, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 5



Oggi è stata tutta una corsa contro il tempo. Per arrivare all'aeroporto di San Francisco prima che atterrasse l'aereo con a bordo i miei genitori e la famiglia di mia sorella (persa). Per non pisciarmi addosso dopo le ultime 2 ore di viaggio con aria condizionata a palla (vinta), per arrivare a casa in tempo per vomitare a causa di una fortissima emicrania (pareggiata). Esatto. Neanche questa vacanza poteva passare immacolata. La mia emicrania ha voluto entrare di forza nelle foto ricordo. Ci sono voluti 4 Advil, 1 Axert e ben 2 punture di Toradrol più svariate ore di immobilità per farmela passare. Comunque, è andata per fortuna.
I bambini sono estatici. La gioia di vedere Jude e Sebastian correre lungo i corridoi dell'aeroporto per riabbracciare gli adorati nonni, gli zii e le amatissime cuginette è stato commovente. Viola e Sebby non hanno smesso un attimo di parlare. E Penny già, nel suo repertorio molto personalizzato di vocaboli, ha inserito "Jude". Che belle le mie nipotine. Che bello riabbracciare la mia famiglia. A San Francisco!! Non è da tutti. La casa è meravigliosa. In un quartiere stupendo. Oggi spero di godermela più di ieri quando l'unica cosa sulla quale mi sono focalizzata è stata la tazza del cesso. San Francisco sei mia. Io me te magno - a proposito, sono due giorni che non mangio...

Citazione del giorno: ieri è il passato, domani è il futuro ma oggi è un regalo. Ecco perché si chiama presente.

Saturday, December 05, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 4


Oggi abbiamo fatto altre cose da bambini e poi altre 5 ore di viaggio. Una botta al cerchio ed una alla botte...boom boom!
Fuori dalle grandi città incontriamo di tutto. Sembra quasi di stare in uno dei tanti film e telefilm americani che monopolizzano da decenni il nostro immaginario. C'è il motociclista attempato con tatuaggi, panza e barba da capretta, c'è il poco di buono (o così sembrerebbe) con canotta bianca e faccia truce, c'è la simil-battona con pelle avvizzita, gonna troppo corta e sigaretta appoggiata di lato, sugli angoli della bocca che puntano verso il basso. Ci sono i nativi, i sudamericani, i camionisti. Ce n'è per tutti i gusti. E il mio pensiero è: probabilmente hanno una pistola addosso o nel cruscotto della macchina. Lo dicono le statistiche mica io. Ma gli americani ci piacciono. Anche quelli più "scary" hanno un qualcosa di vagamente familiare e sono di solito cordiali e simpatici.
Oggi, quando era il mio turno di guida, un camion con i cerchioni a lame rotanti quasi mi affetta. Mi si è stretto un po' ma non abbastanza per non aver bisogno di extra sedute di palestra!

Citazione del giorno: La gente spesso definisce impossibili cose che semplicemente non ha mai visto (Robin Williams).

Friday, December 04, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 3


Il problema è che pensiamo di essere ancora quelli di dieci anni fa. Di poter venire a Portland e pellegrinare di libreria in caffè, di bar in ristorante, ficcandoci magari in mezzo qualche museo di arte moderna o qualche passeggiata urbana. Poi ci svegliamo dal sogno e ci ricordiamo di avere due bambini ai quali di sedere in un caffè a guardare la gente che passa non può fregare un cazzo di meno (scusate il francesismo) a meno che non possano distruggere qualche sedia o versare quindici bustine di dolcificante sul tavolino. E allora ci tocca fare cose "da bambini". Per carità, non c'è nulla di male. Anzi. Ma non credo Portland sia il posto giusto, ecco. A volte non credo neanche noi abbiamo lo spirito giusto...
Ma Portland è interessante, bella a suo modo. Non vedevo così tanta gente alternativa dai (bei) tempi in cui bazzicavo in quel di Londra. La frangia gay è molto attiva e molto evidente. Ci sono fricchettoni, simil-punk, rockettari, fichetti e molto altro. Gli statunitensi, questi statunitensi, per quanto cerchi di non farmeli piacere, mi piacciono parecchio. Hanno colore, calore e personalità. Tutte cose che dall'altra parte del confine un po' mancano. Certo, il problema di quando uno ha personalità è che o ti sta sulle palle o ti sta simpatico. Non ci sono vie di mezzo. Ma a me le vie di mezzo non sono mai piaciute. Io in mezzo, tra la botte e il cerchio, non ci ho mai vissuto volentieri. Comunque, tutto ha un prezzo. Negli US il prezzo è quello della diseguaglianza sociale. In Canada il prezzo è il viceversa.

Citazione del giorno: Chiedo scusa alla favola antica | se non mi piace l'avara formica | io sto dalla parte della cicala | che il più bel canto non vende... regala! (Gianni Rodari)

Tuesday, December 01, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 2


Oggi altre otto ore di viaggio. Più di 1200km macinati in meno di 48 ore. Siamo partiti allegramente da Sandpoint (un posto di ordinaria villeggiatura) con destinazione Portland. Siamo passati dal verde delle montagne dell'Idaho, all'arsura giallo paglierino delle pianure immense dello stato di Washington al tratto coreografico di autostrada nell'Oregon, da Pasco a Portland, che corre per centinaia di km nel canyon del Columbia River. Una meraviglia! 
Fuori dalle grandi città di tendenza, la stragrande maggioranza della gente è obesa, sciatta e mangia schifezze. Nei piccoli centri, trovare qualcosa di commestibile che non provenga delle catene fast-food è quasi impossibile. 
Portland, di contro, è un posto interessantissimo. Proprio una bella città, piena di bella gente (alternativa, liberale, progressista), di locali interessanti, di ottimi ristoranti. Culturalmente vivace. Prediletta da hippies in bicicletta amanti di librerie e caffè radical chic che vivono al grido di "Yes, we can". Insomma un posto ideale per 
me e Julian (un po' meno per i bambini). A proposito di bambini, bravissimi anche oggi. 
Citazione del giorno: rallenta, stai andando troppo veloce (ripetuto da Julian come un mantra durante il mio turno di guida).

Monday, November 30, 2015

US Roadtrip - Diario di Viaggio: Giorno 1



Sette ore di auto da Calgary a Sandpoint. Bimbi bravissimi (anche se non hanno mai chiuso occhio). Strada quasi sempre ad una corsia, eppure tragitto liscio, quasi rilassante. Paesaggi bellissimi (a tratti, mi hanno ricordato certe parti dell'isola sud della Nuova Zelanda). Alla frontiera, contro ogni pronostico, doganieri americani cordialissimi. Addirittura interessati a noi (non penso accadrà nella direzione opposta!). Questa è la prima volta che entriamo negli Stati Uniti "via terra". Il confine tra Canada e US è invisibile ma sostanziale. Tutto sembra uguale ma non lo è. Il Canada parla di ricchezza diffusa, organizzazione, pulizia, ordine, cordialità, quasi raffinatezza. Gli US parlano di confusione, disorganizzazione, trasandatezza, fast food e disuguaglianza. Eppure trasudano simpatia. Tutto ha più carattere. Tutto sembra essere più interessante. 
Ah si...la nostra macchina, che a Calgary è tra le più mediocri, qui è tra le più nuove... (ma siamo nell'Idaho)
Citazione del giorno: Tutto è relativo.

Tuesday, November 10, 2015

La sottile linea che divide la legittima difesa dall’illegittima offesa


I fatti di cronaca dei giorni recenti sono serviti a far capire molte cose. Prima fra tutte, come la massa sia in preda al sensazionalismo giornalistico e si soffermi sulla superficialità della notizia e non sulla complessità dei fatti accaduti. A meno che non si sia testimoni oculari di un fatto, non si potrà mai avere la certezza di che cosa sia successo davvero e se quello che viene abilmente raccontato dalla stampa non sia altro che una mera interpretazione dell’accaduto atta a veicolare i sentimenti della massa. Perché la massa ormai legge sempre meno e quel che è peggio, pensa sempre meno. Nell’era dei social network e delle fast news, basta un tweet a scatenare il putiferio. Basta il titolo di un trafiletto letto in un post del ragazzo di un’amica a farci credere di sapere tutto. Condividi tu, condivido io e il gioco è fatto. Ormai non si tratta neanche più di leggere ma semplicemente di immaginare. Tutto è lecito se hai almeno venti “mi piace”.

I social network sono sempre il termometro dell’opinione (se così si può chiamare) pubblica del Paese, del sentire del potenziale elettorato (chiedetelo a Salvini!). E allora capita che qualche settimana fa, dopo la sparatoria avvenuta in casa di un sessantenne milanese il quale ha tirato fuori la pistola per sparare ad un ladro (straniero, ovviamente) entratogli in casa, pullulassero post inneggianti alla legittima difesa. Se tu entri in casa mia ed io ti becco, ho il diritto di farti fuori.

Due settimane dopo, appena finito il tormentone di Valentino Rossi (altro materiale da tragedia greca) si ribalta tutto. Una coppia di fidanzatini di Ancona affronta la famiglia di lei, rea di ostacolare la loro relazione, e lui, diciottenne (siciliano e figlio di un pentito) spara ad entrambe i genitori, uno dei quali versa in fin di vita. E qui gli stessi che la settimana prima inneggiavano a Chuck Norris, si ritrovano invece (giustamente) dalla parte della vittima. Perché il ragazzo aveva una pistola? Chi gliel’ha procurata? Delinquente!

E’ la giustizia double-face che si ribalta a seconda di chi sia la vittima e chi sia il carnefice. Più che giustizia parlerei di giustizialismo che si nutre degli articoli de Il Giornale, dei plastici di Vespa, dei tweet di Salvini, delle pagliacciate di Renzi e dell’analfabetismo funzionale che ormai affligge un Paese intero. Nessuno che vada oltre la facciata. Nessuno che provi ad analizzare la situazione nel suo complesso, da osservatore più che da parte in causa.

Sfugge il filo conduttore di tutte queste tragedie, ovvero il possesso di un arma da fuoco. Sia ben chiaro, se avessi un’arma in casa e mi entrasse un ladro, probabilmente sparerei anch’io. Chi non lo farebbe, preso dal panico o dalla paura? Chi, con un arma nel cruscotto della macchina, all’ennesimo sopruso subito per un parcheggio in seconda fila, un semaforo rosso non rispettato o un vaffanculo tirato a casaccio, non avrebbe la tentazione di tirare fuori la rivoltella e sparare? Chi, con una pistola in borsa, in fila alle poste o al supermercato, all’ennesimo vecchietto che vorrebbe passarti avanti facendo finta di essersi sbagliato, non avrebbe la tentazione di tirare fuori la rivoltella e fare una strage (facendo risparmiare anche l’INPS), magari seccando anche qualche dipendente agli sportelli che ha una faccia da culo che lo ammazzeresti? Appunto.

Il nodo della questione è che la pistola la maggior parte di noi non ce l’ha. Ed è giusto che sia così e continui ad essere così. Perché l’uomo, in situazioni di pericolo e di tensione, tira fuori il suo lato recondito e per puro istinto tende a difendersi o a reagire per difendersi. E siccome in situazioni estreme, l’adrenalina prende il sopravvento ed è difficile controllare il proprio stato d’animo, meglio non avere tentazioni a portata di mano. Questo principio sta alla base di qualsiasi società civile. Se così non fosse, si finirebbe come negli Stati Uniti in cui ci si ammazza per un nonnulla, in cui sia che ci si trovi davanti al poliziotto sbagliato che al vicino sbagliato, si può finire secchi con una pallottola alla tempia, dritti al campo santo. Una società da far west, in cui vige la legge del taglione.


La linea che divide la legittima difesa dall’illegittima offesa è molto sottile. Il contesto, gli animi, i caratteri, le circostanze, la classe sociale possono tutte fare la differenza. E la differenza è tra la vita e la morte. E’ questa la società che auspicate per i vostri figli?

Sunday, November 08, 2015

Donne Con Le Gonne


L’emancipazione femminile è ancora oggi un tema molto scottante. A più di trent’anni della liberazione sessuale e dalla rivoluzione politica e culturale del ’68, le donne seppur rappresentando la maggioranza nel pianeta, rimangono ancora succubi ed allo stesso tempo gregarie del ruolo maschile. Ci sono fior fiore di trattati, seminari e libri scritti a riguardo su come la diversità, sia a livello di genere che di cultura, rappresenti una forza non una debolezza ed un mondo più inclusivo sia la chiave per una società più giusta e bilanciata. Eppure ancora oggi nel 2015, noi donne ed un gruppo ristretto di uomini ci troviamo a dover ribadire l’ovvio, a dover lottare con unghie e denti per difendere quei diritti che sono limitati al nostro ruolo di madri e mogli più che di individui. Come cantava già Vecchioni parecchi anni fa, meglio una donna noiosa sottomessa e che possibilmente usi poco il cervello piuttosto che una donna in carriera che sappia quello che vuole e lotti per quel che crede – una col pisello (genitale maschile) diceva lui. Meglio una donna con la gonna – possibilmente corta, così da sfoggiare le sue belle gambe con gli amici.


Molti sociologi ci dicono che il primo passo verso l’emancipazione femminile è l’indipendenza economica. In poche parole, la donna è più libera quanto più è capace di poter far fronte ai propri bisogni senza dover essere dipendente economicamente da altri. Dunque mi pare chiaro che l’emancipazione femminile sia direttamente proporzionale al livello di povertà di un Paese. Più un paese è povero più la donna è sottomessa, più un paese è ricco più la donna ha accesso a pari opportunità. E' quindi nei Paesi industrializzati dove la donna gode di maggiori diritti. Fatta eccezione ovviamente, come sempre, per l’Italia – fanalino di coda in tutto quando si tratta di diritti civili. In Italia, i dati parlano chiaro: le donne sono quelle che si fanno carico quasi esclusivamente del lavoro di assistenza e di cura, sia retribuito che non. Sono quelle che si fanno quasi completamente carico della crescita dei figli, con i padri volutamente relegati ad un ruolo marginale e di supporto. Ma soprattutto sono quelle che più di tutti soffrono il clima economico e sono direttamente colpite dal crescente livello di disoccupazione.

Il motivo parte sempre da lontano e sta alla radice. Chiaramente responsabile di questa situazione è la società machista e patriarcale che vede gli uomini dominanti e gestori di quasi tutti i settori del Paese (le maestre sono donne, il preside uomo; le impiegate sono donne, il dirigente uomo, ecc ecc), ma altrettanto colpevoli sono le donne italiane che da sempre accettano di buon grado un ruolo primario all’interno della famiglia ma subordinato all’interno della società. E questo male radicato e profondo affligge tutte le classi sociali, anche quelle cosiddette “illuminate”. Un esempio: da una parte abbiamo uomini che si dichiarano a favore della parità dei diritti, della parità di genere e si mostrano stizziti davanti alla violenza contro le donne. Dall’altra, gli stessi sono poi quelli che seguono trasmissioni in tv dove alla guida c’è sempre un uomo abbronzato, attempato e mezzo marpione affiancato da una donna giovane, mezza nuda e sorridente che fa da valletta. Sono quelli che magari postano su Facebook foto di donne con addosso solo intimo, in posizioni succinte, facendo commenti espliciti su varie parti intime, come se si trattasse di un pezzo di carne da macello. Sono gli stessi che molto ingenuamente dimostrano la loro vera ignoranza postando addirittura foto di figlie o nipoti, ritenute belle, in pose provocanti per farsi vanto con gli amici. Siamo al paradosso in cui un genitore al giorno d’oggi in Italia andrebbe più orgoglioso di una figlia che dichiara di voler di voler fare la velina piuttosto che di una che dice di voler fare la volontaria per Amnesty International. Le donne d’altro canto, ormai quasi abituate al loro ruolo di damigelle d’onore, adagiate nel lusso di qualche cospicuo conto in banca, sembrano aver dimenticato completamente le lotte portate avanti dalle loro compagne negli anni '70. Anche loro appagate e soddisfatte nel chiacchiericcio insulso davanti ai cancelli della scuola, con il SUV, i vestiti firmati e come unica aspirazione quella di farsi un selfie in costume da postare su Facebook per mostrare che: A. Sono felici; B. Sono fiche. Quando la realtà del contesto della foto rivela esattamente l’opposto.

Non stupiscono dunque le sentenze di primo e secondo grado che gridano giustizia e lasciano impuniti i reati di violenza e di stupro. Né stupisce il clima di screditamento e calunnia che le vittime stesse sono costrette a subire in fase probatoria e sui social network. Eva è peccatrice solo per il fatto di esistere. Ed è la derivazione (di una costola) di un uomo, non il suo complementare. Purtroppo si ha difficoltà a capire che l’ostentazione del proprio corpo gioca a sfavore della donna non a vantaggio. Che ogni complimento colorato nei confronti di una parte fisica femminile in realtà corrisponde ad un insulto, ad un oltraggio all’intelligenza e dunque, all’emancipazione della donna. Il machismo è radicato in molti aspetti della società, non solo in Italia. Ma mentre in altri Paesi si è arrivati ad un punto di discussione che apre le porte ad un possibile cambiamento, in Italia si preferisce fare le tre scimmiette facendo finta che il problema non ci sia o che sia un falso problema. Come diceva Ombretta Colli: facciamo finta che tutto va ben tutto va ben…


Donne, andiamo orgogliose delle nostre gonne. La femminilità è una cosa meravigliosa. Ma nel momento in cui alzate la gonna fate sì che in mostra sia il vostro cervello non un buco con la ciambella attorno. Di buchi ce ne abbiamo fin troppi.


Tuesday, August 25, 2015

Outstanding Books: The Road


The smoke travelling from the United States that is currently covering Calgary's sky has reminded me of this amazing book awarded with the 2007 Pulitzer Prize and considered by many one of the best books of the last two decades.

Set in a post-environmental catastrophe, The Road is a book about survival, endurance, fear, acceptance and love. A father and son’s journey along a road in a world where the sun does no longer shines and the sky is no longer blue; where danger lurks around every corner and human nature has recessed to its animal origins. It’s a world where all the values we know have been swept away and replaced by urgent needs, where there is no space for inner thoughts or self-doubt. It’s a book about life and death. Nevertheless, even in this bleak environment, the bond between son and father is stronger than anything else: stronger than starvation, fear, danger and, ultimately, death.

The writing reflects the scenario that is set to describe: fragmented, abrupt, unforgiving. McCarthy’s vision of this (im)possible new world sounds so distant and, yet, could be just around the corner. The anguish that runs through the every-day life of these two characters is so palpable that the reader finds himself/herself walking the road with them.

The Road ends with a message of hope: death is inevitable but love is stronger, our best chance of survival. No technology will ever be able to fill that gap. Love is the only thing that can save us all. (Maybe)

Thursday, August 20, 2015

Di Ciambelle e Buchi


Tre settimane di vacanze italiane. Sono state delle belle vacanze all'insegna del sole, del mare, del buon cibo e di tanti Spritz. Vacanze durante le quali ho avuto modo di riabbracciare la mia famiglia ed i miei amici più cari, quelli con i quali non importa quanto tempo sia passato, ti ritrovi immediatamente. Sono state delle vacanze benefiche anche dal punto di vista sociale perché nell’era di Facebook, in cui nulla è come sembra, è stato fondamentale riaffermare le amicizie vere, che Facebook a volte rischia di offuscare, rafforzare quelle in erba ma con grosso potenziale e mettere una croce su quelle inutili alle quali Facebook ti porta a dare un’importanza fittizia. 

L’Italia l'ho trovata così come l'avevo lasciata. Qualche buca in più, qualche negozio in meno. Un non-cambiamento tutto sommato positivo in un Paese in cui il peggio non è mai venuto. Gli italiani, in generale, li ho trovati peggiorati: tristi, rassegnati, incattiviti, appesantiti dalla prospettiva di un futuro molto grigio. Persino l'idea dell'estate rovente trascorsa su delle bellissime spiagge ha perso il suo appeal, il suo valore di eterno "contentino". Generalizzerò come si generalizza quando si cerca di dare un senso alle esperienze vissute: gli italiani vivono ormai in una realtà parallela, priva di contraddittorio e di base di confronto, in cui tutti sono (auto)convinti di essere in qualche modo quello che non sono. Purtroppo, l’arroganza aasociata ad una mancanza di apertura verso l’esterno porta ad una percezione della realtà sbagliata, gonfiata, quasi grottesca, in cui le gioie ed i dolori del singolo e/o singoli generano lo stesso interesse degli affari di stato. Si ascolta poco, ci si parla addosso, ci si parla dietro. Tutti a lamentarsi ed a lamentare una mancanza di ascolto altrui ma nessuno che sia pronto egli/ella stesso/a ad ascoltare. Tutti sintomi di un ego-ismo che rivela un malessere sociale serio (analfabetismo funzionale pare si definisca).

A livello di strutture, il Paese è rimasto 30 anni indietro. Scarsamente tecnologizzato, male organizzato, inefficiente, vecchio, carente di quell'abc gestionale che è il minimo richiesto non dico per eccellere, ma per sopravvivere. Di talento ce n'è tanto, ma finisce stritolato nelle maglie strette di un sistema di stile punitivo piuttosto che propositivo. Tutte cose che a livello di economia globalizzata si pagano e si pagano caro. Quello che rattrista è la mancanza di volontà di ammodernamento, di riforma. Siamo ancora fermi ai fax, ai cedolini fiscali, alle pratiche cartacee, agli appunti scritti, alle marche da bollo, ai timbri. Ormai la Cina ci da due giri in quasi tutto – presto anche nella qualità non solo nella quantità. La gente si racconta bugie legalizzate dalla mattina alla sera, trasposizioni della realtà alla quale fa comodo a tutti credere. Mancano finanziamenti, programmi, visione, capacità. Ma soprattutto, manca la volontà di guardarsi allo specchio, di cambiare e cambiarsi.  Persino il mare Adriatico, deturpato da scarsi controlli e scarichi abusivi, sta perdendo la sua originaria bellezza. Divieti di balneazione, temperatura dell'acqua troppo alta, immondizia galleggiante, meduse e batteri. Ci mancano solo i barracuda. Anzi no, pare siano arrivati anche quelli! Non rimane che aggrapparci alla rinomata bella figura, agli spaghetti allo scoglio e ad un bicchiere di Prosecco. Quelli si. Tutto il resto non lascia presagire nulla di buono. In un Paese in cui ci si alza la mattina sapendo di dover fottere il prossimo per non essere fottuti a propria volta, il domani non puo' che essere misero. Un esercito di vittime a prescindere. Un popolo orfano di re, anzi di reuccio. Più che una ciambella riuscita senza buco, direi che ormai si possa parlare di buco senza ciambella intorno. Con la TV (spazzatura) perennemente accesa a colmare il vuoto. Un vuoto nel vuoto.


Gli italiani purtroppo sono destinati, anzi direi votati, alla dittatura. Per cui, chi puo’ parta. Chi non puo’…..c’e’ sempre la bottiglia di Prosecco.

Thursday, August 06, 2015

Home is Where Your Heart Lives


There is a question that is often asked to expats: "Can you really feel at home in another country?" It  sounds like a simple question which, for many people, has a pretty simple answer: no. In my case, it is not that simple. The answer lies in the definition of "home". There is the simple meaning whereby home is "a house, apartment, or other shelter that is the usual residence of a person, family, or household." Then there is another definition, a more subtle one: "home is the place in which one's domestic affections are centered”. In other words, home is a place of belonging, of identity. It is that  space with which we identify and we draw boundaries around. And here is where most homes differ from one another. For the majority of people, home is a safe place, a habitat they know and feel comfortable in. It’s endurable and defined by the same people, the same habits – traditions, even. But there is a difference between “feeling at home” and “being home”. 

The concept of home has always been an abstract one for me: it is shaped by emotions, love and experiences. Home is my past, my family, my adolescence but also everything that has come after: my travels, all the people I met on the way, the places I've seen, the places that I will never see again, the places I have yet to see. My home smells of steamy mussels fished in Portonovo but also of fish 'n chips eaten in one of London’s back alleys, of a Lamington pie made in Brisbane, of a fillet of barramundi bought at the Melbourne market or a braised steak with roast potatoes eaten in a steak house in Calgary. My home speaks about seagulls, bats, mosquitoes, geckos and wild boars as well as flying foxes, spiders, kangaroos, koalas, coyotes and bears. It speaks of many different cultures, many different languages, many points of view. My home speaks about me, about you, about them. It has neither doors nor windows. My home has no rooms, no locks. It’s as big as the world and as small as my suitcase. My home is my identity: who I was but, most of all, who I've become.  It speaks about my haircuts, the colour of my shoes, the wrinkles on my skin. My home is the Italian language, where I find solace when I feel down, but also the English language that allows me to be free and move about. It 'a shell that I always carry with me, wherever I go. My home is me, my husband, my children. It’s the life I wanted, the life I want. I am home.

And to those who often ask me "Can you really feel at home in another country?" I reply with a quote by Gaius Plinius Secundus, aka Pliny the Elder: "Of course, because home is where my heart lives."

Friday, May 22, 2015

La Solitudine dei Numeri Primi


Viviamo in un’era in cui socializzare è ormai a portata di click. Non c’è bisogno di vestirsi, di truccarsi, di farsi belli. Non c’è bisogno di comprare fiori o scegliere un buon ristorante. Non c’è neanche bisogno di uscire. Oggi come oggi, i social networks forniscono una piattaforma d’incontro virtuale in cui la distanza (sia fisica che emotiva) non è più un ostacolo. Anzi, forse rappresenta uno stimolo, quel famoso desiderio recondito che spinse Eva a mangiare la mela del peccato proprio perché le era stata proibita. Tinder è l’ultima delle App lanciata per incontrare persone. Ma non persone qualunque, bensì amici, potenziali partners o anche solo avventure di una notte. Justin Mateen, uno dei fondatori, ha dichiarato che il futuro dei social network è far incontrare gente che non si conosce. Facebook ci è in parte già riuscito. Ma Facebook è una piattaforma molto più platonica, goliardica, egocentrica. Tinder è il passo successivo, quello che apre le acque del mare che scorrono tra il dire ed il fare. E’ sbagliato considerarla una App per single in cerca dell’anima gemella. Tinder è la App dei giovani che vogliono incontrarsi e conoscersi tra il serio ed il faceto, tra il virtuale ed il reale. Il successo di Tinder, che sta registrando una crescita incredibile, rappresenta forse la sconfitta (o magari trattasi di semplice evoluzione) della società moderna in cui la spontaneità dell’incontro non è più apprezzato, in cui la ragazza o ragazzo della porta accanto non suscita più interesse, in cui ci si avvicina al prossimo prima con una foto di profilo seguita da qualche post o messaggio fugace. La naturalezza dei colori, dei sapori e degli odori (e se uno ha i piedi che puzzano o l’alito cattivo?) è passata in secondo piano. La chimica è stata piegata all’interpretazione razionale di uno stimolo virtuale o, a volte, semplicemente, mitizzato. Le persone sono state sostituite dai loro avatar. Ma la biologia umana non è cambiata in questi anni. Siamo ancora quelli della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Abbiamo bisogno di toccarci, di sentirci, di guardarci, di correre, di urlare, di piangere e di ridere. Di amarci e di fare sesso. Nell’era dei social network, in cui tutti sono collegati, in cui il grado di separazione è stato azzerato, in cui ci si può vantare di avere 650 amici su Facebook, è in realtà anche l’era della solitudine, della marginalizzazione. In cui si fa finta di essere quello che non si è e si misura la gioia e l’autostima a colpi di mi piace. Esaltazione passeggera. La realtà è che non sappiamo più comunicare. O peggio, non sappiamo neanche più esprimerci. La realtà è che non ci sforziamo neanche più ad avere idee originali. Perché dovremmo farlo se quello che abbiamo dentro possiamo esprimerlo con un aforisma copiato da BrainyQuote.com? Cultura fasulla. 

La rete che ci ha unito è anche la stessa che ci sta dividendo. Quella che ha illuso gli introversi, asociali e comunemente sfigati del mondo che si, anche loro possono essere protagonisti per una notte. La rete che vende fumo spacciandolo per arrosto perché tanto nessuno può sentirne la puzza. Quella che svende sogni a buon mercato in cambio di visibilità da circo equestre. Tinder è la mano armata della rete. E’ il fast-food dei rapporti umani. Visto, scelto, cliccato, smessaggiato e trombato. E domani è un altro giorno. Vuoto, come oggi.

Friday, January 16, 2015

Non tutte le favole hanno un lieto fine....



C’era una volta il Paese dei Balocchi. Dico c’era perché il Paese esiste ancora ma i balocchi sono scomparsi. Come racconta la famosa favola di Pinocchio, il Paese dei Balocchi era abitato da tanti bambini-burattini. Di quel tipo che pensano che la causa dei propri mali sia sempre colpa degli altri, che loro non c’entrano mai niente con nulla, che gli effetti non sono legati alle cause, che in realtà loro sono bambini buoni e che non sarebbero dove sono ora se non fosse per quei cattivoni del Gatto e la Volpe. Così, ai burattini, a forza di raccontarsi bugie non cresce solo il naso no. Dagli che ridagli, finisce che crescono anche le orecchie e la coda (di paglia) che ormai è talmente lunga e talmente incendiabile che basta alitarle un po’ vicino per darle fuoco! Ho per caso detto fuoco?! E certo perché i burattini per operare necessitano anche di un burattinaio, meglio se una combricola intera di burattinai! Gente che i fili li sa tirare bene! Gente che sa tirare fili e corda – quella dei burattini non si spezza mai. Semplicemente si allunga, come il loro naso. E così i burattini finiscono per diventare ciucchi. Il Grillo parlante s’è talmente scassato i maroni di ripetere le stesse cose ai burattini-ciucchi, che decide un giorno di diventare anche lui burattinaio. E che diamine! Meglio tirare i fili che essere cacciati a pedate sul culo. I burattini-ciucchi apprezzano. I burattinai autoritari ma simpatici sono più graditi dei grilli seri, soprattutto se dicono la verità. Meglio grilli per la testa che grilli tra i piedi. I burattini-ciucchi la verità non la vogliono sentire!! Loro vogliono continuare a danzare…lalalala…a divertirsi…pepepe…e alla fine, se le cose buttano male, dare tutta la colpa al Gatto e la Volpe. Il Gatto cieco e la Volpe zoppa. Non ce ne fosse uno sano in questa cavolo di favola! La favola sta giungendo ad una svolta decisiva: i burattini-ciucchi stanno per essere venduti al circo, prima di essere buttati a mare. Ora, con la fine vicina, si stracciano le vesti dal rimorso (mentre si pentono però il naso cresce….) e implorano la Fata Turchina di salvarli. E anche il babbo! E pure la mamma! E si votano a tutti i santi in paradiso! E qui è dove la favola un po’ si inceppa. Perché babbo e mamma sono burattini-ciucchi anche loro. La Fata Turchina (turchina come la bandiera della UE) ha deciso che la bacchetta questa volta ai burattini-ciucchi gliela metterà in un altro posto. Burattini, ciucchi e pure bacchettati…avete ancora il coraggio di cantare e ballare? Avete ancora il coraggio di prendervela sempre con il Gatto e la Volpe? Avete ancora il coraggio di credere che gli zecchini d’oro possano crescere sugli alberi? Continuate pure a ragliare (magari contro l’arbitro che nega un rigore) e vedrete che la Fata Turchina arriverà puntuale come un orologio svizzero, anzi come una banca svizzera. Sotto forma di tanti Draghi (oddio, qui mi si stanno intrecciando le favole!). Piu’ Malefica che Fata. Piu’ culona che velina. Piu’ stronza che compassionevole. Pronta a gettarvi non nella bocca della balena (quella mangia plancton!) ma in quella del coccodrillo (lo stesso che ha mangiato Uncino)…ve l’avevo detto che mi si mischiano le favole! Il Gatto e la Volpe quatti quatti fanno gli gnorri. Ed hanno paura. La Fata lo sa. Il cerchio si sta chiudendo, come un cappio al collo.

Thursday, January 08, 2015

Casa Dolce Casa


Chi vive fuori c’è una domanda che si sente fare spessissimo (da chi fuori non ci ha mai vissuto): “Ma fuori Italia ti senti veramente a casa?” E’ una domanda abbastanza scontata (per chi la pone) che in realtà richiede una risposta molto poco scontata (per chi la elabora e cerca di rispondervi). Ci sarebbe da partire dal concetto di “casa”. C’è la definizione più esplicita che definisce la casa come “un edificio a uno o più piani, di dimensioni e aspetto vari, adibito ad abitazione dell’uomo, residenza di un nucleo familiare”. Poi c’è l’altra definizione, quella più sottile secondo la quale: “La casa è un luogo di appartenenza, di indentità. Rappresenta uno spazio di individuazione all’interno del quale un individuo si definisce e si da’ dei confini.” E qui è dove le case, per la maggior parte, si differenziano. Per i più, la casa è uno spazio conosciuto e quindi rappresenta il vissuto rispetto all’ignoto, un luogo confortevole, sicuro, immutabile nel tempo, frequentato dalle stesse persone e dalle stesse abitudini. Per me è diverso, il concetto di casa è sempre stato astratto, carico di emotività, di emozioni, di esperienze. La mia casa contiene il mio passato, la mia famiglia, la mia adolescenza ma anche  tutto ciò che è seguito, tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino, i posti che ho visto, i posti che non vedrò piu’, i posti che debbo ancora vedere. Ha il sapore delle cozze di Portonovo ma anche quello del fish ‘n chips consumato in un vicolo di Notting Hill, di una Lamington pie mangiata di fretta in New Farm Park a Brisbane, di un filetto di barramundi consumato sul fiume Yarra, a Melbourne o di una bistecca con patate dolci abrustolite gustate in una steak house a Calgary. Parla di rondini, pippistrelli, zanzare, fagiani e geki così come parla di volpi volanti, ragni, canguri, koala, coyotes e orsi. Parla di tante culture, di tante lingue, di tanti punti di vista. Parla di me, di voi, di loro. La mia casa non ha porte e finestre, non ha stanze, nonha chiavistelli. E’ grande come il mondo e piccola come la mia valigia. La mia casa è la mia identità, quello che ero ma, soprattutto, quello che sono diventata. Perche’ ho i capelli così, la pelle così, le scarpe così e le rughe così. La mia casa è la mia lingua italiana, dove torno a rifugiarmi nei momenti di solitudine, ma è anche la lingua inglese che mi permette di essere libera fino infondo, di esprimermi come vorrei. E’ un guscio che mi porto sempre appresso. Ed è per questo che ovunque sono stata ed ho vissuto mi sono sempre sentita “a casa”. Perché la mia casa è indivisibile da me. La mia casa sono io, mio marito, i miei figli. Sono la vita che ho voluto, la vita che voglio.

E a chi mi chiede “Ma fuori Italia ti senti veramente a casa?” rispondo alla Caio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio: “Certo, perché la mia casa è dove abita il mio cuore”.