Wednesday, November 16, 2011

Il Bel Paese che se ne va (in default)


E' stato un disastro annunciato, quasi telefonato direi. Una di quelle telefonate intercettate in cui un Lavitola a caso dice ad un Berlusconi a caso: si salvi chi può (cioè loro). Da oggi l’Italia, sebbene nessuno lo dica, è praticamente in default. L’Italia oggi ha raggiunto il tanto temuto spauracchio dei bond ai 10 anni ad un tasso di scambio del 7% – alle 11 am erano al 7,4%. Chi è un minimo familiare con la finanza sa che una volta raggiunto il tetto del 7% non c’è più ritorno. Come dimostrano le simulazioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale , anche se i tassi dovessero stabilizzarsi sui valori attuali, il costo del finanziamento del debito pubblico si aggirerebbe attorno all’8% con un debito pubblico che sostanzialmente ammonterebbe al 20% delle entrate del Paese fino al 2015. Il 20% è un valore ritenuto insostenibile da quasi tutti i Paesi. E significa una cosa ed una sola cosa: la richiesta d’aiuto da parte del nostro Paese al FMI per un pacchetto di salvataggio, che in termini tecnici altro non è che un default.

Il problema che ha l’Italia è un altro: al contrario della Grecia e dell’Irlanda, il PIL italiano (che è uno dei più grandi in Europa) non permette un salvataggio facile e veloce. La Banca Centrale Europea non è autorizzata ad acquistare grosse quantità di titoli di Stato di singoli Paesi e farsi dunque carico del loro debito pubblico. Mario Draghi ha fatto già sapere che le regole sono regole ed a quelle la BCE si atterrà.

Quali sono le soluzioni? Se Silvio Berlusconi ascoltasse i mercati, oltre che ai suoi avversari ma anche (ex) alleati, e si dimettesse da Presidente del Consiglio, porterebbe sicuramente una ventata di euforia nei mercati ed, a quel punto, potrebbe essere possibile per la BCE acquistare un numero più elevato di bond tramite un programma di messa in sicurezza in supporto a delle riforme finanziarie e nuove politiche monetarie. Ma questo di per sé potrebbe non essere sufficiente. Il ché porrebbe la Germania di fronte ad una scelta drastica: dare l’ok alla BCE per la messa in circolazione di altra carta moneta per acquistare altri bond italiani oppure scrivere la parola FINE sull’avventura “Euro”.

Come dicevamo, era un disastro annunciato. Nonostante le pantomime mediatiche del Premier e dei suoi yes-men in cui si decantava la bellezza ma, soprattutto, la salute di questo Paese, l’Italia ormai da qualche anno ha smesso di essere un Paese ricco e virtuoso. Con una crescita che è oscillata tra lo 0,2% e lo 0,5% medio negli ultimi quindici anni (praticamente crescita nulla, solo Haiti e lo Zimbabwe hanno fatto peggio), gli italiani hanno dovuto dare fondo ai propri risparmi e tutto questo mentre il Paese si impoveriva, come dimostrano lo stato in cui versano le nostre infrastrutture, i servizi pubblici (quando ci sono) ed il calo drastico dei consumi. La favoletta del Paese libero rappresentato dal Made in Italy è una bufala. Il Made in Italy non è più made in Italy da molto tempo. Le nostre case di moda, fiore all’occhiello della produzione nazionale, sono quasi tutte in mano straniera, fatta eccezione per Armani e Prada. Le nostre assicurazioni sono state assorbite da partner stranieri. Le nostre industrie, quando non chiudono, restano aperte grazie ad investimenti stranieri. E per finire, grazie alla crisi degli ultimi giorni, ora anche le nostre banche rischiano di essere comprate a basso costo da altre banche europee e/o asiatiche.

L’Italia paga la sua incompetenza politica e gestionale ed una classe politica fortemente incompetente, sia dal punto di vista di chi governa che da quello delle opposizioni. Essendo l’Italia un Paese sostanzialmente solvente e con un sistema bancario solido ma con un debito pubblico enorme, paga lo scotto di una classe dirigente patetica grazie alla quale è stato un gioco da ragazzi per gli speculatori mettere in ginocchio il Paese.

Come si esce da questa situazione? Sicuramente male. Ma non è detto che si debba uscire male come la Grecia. Dopo tutto, non dimentichiamoci che l’Italia rappresenta una grossa fetta del PIL europeo e che parecchi dei suoi bond “tossici” sono in mano a banche tedesche e francesi (la Francia ha l’equivalente del 20% del suo PIL investito nel debito pubblico italiano). Se l’Italia dovesse defaultare, si porterebbe dietro una grossa fetta d’Europa, innescando una reazione a catena nel tessuto finanziario mondiale. Non possiamo, come la Grecia, rimanere appesi alla chimera di un salvataggio da parte della Germania che, mi pare ormai chiaro dai fatti avvenuti negli ultimi mesi, non ha alcuna intenzione di salvare nessuno se non se stessa (come dimostrano i tassi di scambio Euro-marco allo 0,25%!). Se avessimo un apparato politico competente e capace, potremmo usare questa carta come asso nella manica e giocare al rilancio, ovvero: non accettare le politiche asfissianti e sanguinose imposte da Bonn e Parigi, ma puntare a stimolare l’economia investendo e non tagliando, proprio come stanno facendo US e GB. Potremmo momentaneamente lasciare l’Euro o puntare ad un sistema Euro a due velocità per dare l’opportunità alle economie mediterranee, rimaste strozzate dalle politiche europee dettate da Merkel e Sarkozy, di rimettersi in carreggiata. Ma rimane quel SE della nostra classe politica. Mi pare chiaro infatti che né le forze di governo né le opposizioni siano in grado di fornire quelle certezze, quell’iniziativa positiva che una situazione delicatissima come questa richiederebbe e che i mercati domandano. Ed i mercati reagiscono di conseguenza. Sfiduciandoci. La strada per l’Italia ora è tutta in salita. Era iniziata con una manovra lacrime e sangue. E’ finita con lacrime e sangue, senza possibilità di manovra.

Monday, October 03, 2011

Essere o non essere (o fare finta di essere?)


E così l’outing forzato c’è stato. Qualche giorno fa un gruppo di attivisti omosessuali per mezzo di un sito pirata registrato all’estero ha fatto esattamente quello che aveva promesso e minacciato di fare per bocca di Aurelio Mancuso, ex presidente dell’Arcigay, ora a capo di Equality: ha pubblicato una lista di 10 big della politica rei di essere omosessuali ma di avere sempre perorato pubblicamente la causa dell’omofobia. La Procura già indaga (come se avesse già poco da fare). Come sempre, l’Italia si è divisa in due: quelli a favore dello sputtanamento mediatico da una parte, e i paladini della privacy dall’altra. E’ il classico approccio da ultrà ormai molto in voga in questo Paese che viene puntualmente ed abilmente cavalcato da chi ci governa per distogliere l’attenzione dai veri problemi o dalla questione morale che c’è alla base dello scontro politico e sociale, se ancora di morale si può parlare. C’è chi dice sia un gesto poco etico, chi sostiene che violi la privacy, chi è convinto sia controproducente. Persino l’Arcigay, per bocca del suo presidente Paolo Patanè, la definisce una “brutalità gratuita e intollerante”. Dal basso però, la comunità gay si spacca molto poco e sembra avere le idee più chiare a riguardo: se sono gay e omofobi, ben venga lo sputtanamento. Chi di spada ferisce, di spada perisce.

Sarebbe sbagliato ridurre questo gesto ad un semplice atto di vigliaccheria mediatica teso a ridicolizzare un gruppo di politici di destra. Alla base di questo atto di forza c’è l’impossibilità di comunicare su amplia scala. C’è la necessità di creare “il caso”, di gettare il macigno nello stagno per far sì che uno dei cerchi arrivi fino al cuore dell’opinione pubblica e porti alla ribalta, o alla luce del sole, un problema concreto e molto delicato: l’omofobia dilagante di questo Paese e l’ipocrisia strisciante di una parte della società che rinnega una parte di sé in nome di una falsa morale cristiana. C’è anche una classe politica indecente che invece di fare da modello sociale, diventa una specie di manuale della “cattiva condotta”, trincerandosi dietro il proprio potere autoreferenziale.

Personalmente, da donna e da progressista, non capisco questo spirito da crocerossina che all’improvviso sembra muovere molti esponenti di spicco del mondo gay. Non capisco perché debbano sentirsi in dovere di spezzare una lancia a favore di personaggi che hanno fatto della discriminazione (razziale, sessuale, politica) il loro cavallo di battaglia. Non vedo neanche cosa ci sia da difendere se, come sostengono da sempre, l’essere gay non è un insulto o qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. A questo aggiungo che, sempre da donna, non mi piace il “due pesi, due misure” usato da degli esponenti, essenzialmente uomini, il cui cameratismo verso i loro “simili” tende a proteggere il loro diritto, seppur in plateale contraddizione morale ed ideologica con il loro operato, di mantenere la propria sessualità nascosta. Non ho sentito i lor signori fare altrettanti nobili ragionamenti quando ad essere sputtanate su tutte le pagine dei giornali sono state ragazze (donne), alcune appena ventenni, ree di avere fatto sesso (a pagamento?) con il Premier ed i suoi commensali. Le prostitute vanno messe alla gogna, i prostituti no. Chi va a zoccole va millantato e smascherato chi va a trans no. Anche se in modo diametralmente opposto alla formula standard, anche in questo caso gli “uomini” pesano più delle “donne”.

Rimane una realtà inconfutabile: l’Italia è forse uno dei Paesi, se non IL Paese più omofobo in Europa. La legge che tutela i gay, sia dal punto di vista fisico che giuridico, non è mai arrivata. Questa sconfitta civile è da imputare in parte al Vaticano, ancora legato a principi medievali di concezione della coppia, ma anche e soprattutto ai politici “celoduristi” che si sono sempre opposti, sia a parole che con i voti, a qualsiasi tentativo di riforma progressista. Di giorno. Poi di notte, si sa…quando la luce si spegne…ci si dimentica dei propri principi.

Chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere. Chi predica bene e razzola male è giusto che venga messo sotto osservazione. Name it and shame it. Così come è giusto pubblicare i nomi di quei politici che di giorno sfilano al Family Day e poi di notte prendono parte a festini di sesso e coca o di quei prelati che dal pulpito predicano a favore della famiglia e dei principi cristiani e poi in sacrestia abusano di bambini indifesi, così è necessario smascherare questi vigliacchi ipocriti che si fingono machi ed invece si rivelano tutt’altro.

La lista outing, giusta o sbagliata che sia, è’ una nuova forma di resistenza civile, una rivoluzione in cui le parole vengono usate come lame ed in cui la ghigliottina è mediatica per cui le teste (di cazzo) rimarranno attaccate al collo. E’ la rivoluzione di coloro che vengono ignorati, derisi, emarginati e discriminati. E’ una nuova rivoluzione che parte dal basso e dove chi subisce ogni giorno gli abusi del potere tenta di farsi giustizia da solo perché sa che la giustizia in questo Paese è ormai una pratica puramente goliardica. E’ un atto triste, doloroso ma necessario. Necessario al cambiamento, alla consapevolizzazione della propria condizione di vita. A mali estremi, estremi rimedi. Ed agli estremi, anzi ai margini, si inizia a respirare estremismo.

Tuesday, May 24, 2011

Aggiungi un posto a tavola che c’è un (ne)amico in più


In occasione del compleanno di Reset Italia (auguri!) e della nascita del mio secondo genito mi sembra giusto parlare di procreazione. Il pianeta Terra è sull’orlo di una crisi epocale. Una crisi che non riguarda più soltanto alcune specie animali in via d’estinzione ma l’intero ecosistema che tiene in vita l’animale uomo. Cinquant’anni fa il pianeta era popolato da 3 miliardi di persone, oggi siamo più del doppio. Con la popolazione che cresce, cresce anche il fabbisogno di cibo, di riscaldamento, di abitazioni, di risorse naturali. Queste cose debbono essere inevitabilmente ricavate togliendo spazi abitativi ad altre specie animali e creando un ulteriore sbilanciamento dell’ecosistema. L’impatto della crescita della popolazione non si ferma solo a questo. La crescente industrializzazione ha comportato una variazione chimica dell’atmosfera e degli oceani. La temperatura del pianeta è in crescita e le acque sempre più acide. Tutti questi fenomeni hanno alla radice una sola causa: l’aumento indiscriminato della popolazione umana. Sebbene la “green revolution” abbia significato un’evoluzione nel modo di produrre cibo per soddisfare sempre più larghe masse di persone e il progresso probabilmente porterà alla scoperta di tecniche sempre più evolute per la produzione alimentare, tutti questi fattori servono solo a comprare tempo ed a rimandare una fine inevitabile. Il pianeta non può sostenere una crescita ulteriore della popolazione. Non possono esserci più persone sulla Terra di quelle che la Terra può sfamare.

La popolazione cresce, ad oggi, di circa 80 milioni di persone l’anno (equivalente ad un milione e mezzo alla settimana, 250 mila alla al giorno, circa 10 mila ogni ora). Tutte queste persone hanno bisogno di cibo, acqua, risorse. Come nel mondo animale, molti umani dovranno affrontare la fame, la sete e il freddo. Ad oggi, circa un miliardo di persone muoiono di fame nel mondo. E questo in un pianeta in cui le risorse disponibili sono sempre più a rischio di inquinamento e esaurimento.

Come fare per arginare tale fenomeno? Studi dimostrano che l’alfabetizzazione ed emancipazione femminile porta ad una diminuzione delle nascite. La stabilizzazione del numero di abitanti della terra è fondamentale per evitare una crescente competizione per le risorse (in parole povere fame, sofferenza e guerra). Il controllo delle nascite è un fattore fondamentale per la nostra sopravvivenza eppure nessuno ne parla apertamente. Perché? Le religioni, soprattutto quelle monoteiste (cattolica e islamica in testa) sono largamente responsabili di questo, ostacolando contraccezione e aborto. Secondo uno studio del Global Footprint Network ci sono almeno cento Paesi in cui la densità di popolazione ha già superato il limite soglia. Tra questi vi sono quasi tutti i Paesi industrializzati.

I governi dovrebbero intervenire direttamente con delle politiche mirate, come ha già fatto la Cina e sta facendo l’Australia. Dall’altra parte, noi cittadini, nel nostro piccolo, dobbiamo capire che fare tanti figli non è (più) un nostro diritto in quanto procreando non garantiamo più la sopravvivenza della specie ma semmai ne decretiamo la sua fine. Occorre rompere questo silenzio, il taboo della maternità dovuta. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, affrontare il problema e parlarne ad alta voce. Anche gli organi religiosi dovrebbero fare questo (come ha fatto un prete cattolico in Australia). Lo dobbiamo a questo Pianeta ma, soprattutto, lo dobbiamo ai nostri figli. Se non dovessimo riuscire, un assaggio del futuro che ci aspetta ce lo abbiamo già sotto gli occhi: povertà dilagante, lotta tra poveri, estremismo politico, catastrofi naturali e guerra. A buon intenditor…

Tuesday, May 03, 2011

Questa amministrazione sarà pure carente però che gran rottura di palle ‘sti anconetani!!


Finalmente, con la Fiera di San Ciriaco, Ancona si accende, si ravviva. A uno verrebbe da pensare: gli anconetani ne saranno contenti? Macchè! E’ tutta una lamentela, tutto uno sproloquiare contro il sindaco Fiorello Gramillano, ormai bersaglio preferito dei giornali cittadini (di destra) e di una parte della città (dovrebbero mettere la sua faccia al posto dei barattoli negli stand dove si spara alla fiera!). L’ultimo peccato di fiorin Fiorello sarebbe l’aver piazzato il famigerato luna park associato alla Fiera di San Ciriaco al Passetto, ai piedi del bianco e immacolato (se uno ignora i graffiti) Monumento ai Caduti, coprendo niente popo di meno che…la vista del mare! Ora, chi mi conosce bene sa benissimo che non sono una sostenitrice di questa amministrazione che ritengo immobile e dilaniata da divisioni interne insormontabili. Ciò detto c’è un limite a tutto! Tra le lamentele che ho sentito in questi giorni (alcune veramente risibili), quella più ridicola è stata: piazzare uno stand dove si spara con il fucile a pompa sotto un simbolo ai caduti in guerra è un affronto alla memoria cittadina. Ma dico...ma ci stiamo seri? Non è per caso più un affronto tollerare i graffiti perenni che violano ogni edificio della città, le cacche dei cani che tempestano aiuole e marciapiedi, comodamente ignorate dai residenti (perché responsabili delle stesse), il degrado che impera nelle zone verdi di quella parte della città (vedi ex pista di pattinaggio, per esempio)? Altre lamentele includono: si tolgono parcheggi ai residenti, si disturba la quiete dei residenti, si rovinano le aiuole (quali???) dell’area limitrofa al Monumento e si disturba la quiete dei bambini ricoverati all’ospedale Salesi. Di tutte queste lamentele, solo l’ultima ha un fondamento sensato. Ma vorrei far notare che il problema dei parcheggi e della quiete dell’Ospedale Salesi non può essere circoscritto a 4 giorni di fiera. C’è una sala giochi all’aperto (ormai da decenni) posizionata proprio sotto le finestre dell’ospedale di cui nessuno mi risulta si sia mai lamentato. La carenza di parcheggi è un problema cronico. Il vero problema che ha il Salesi è che, logisticamente, è piazzato in una zona sconveniente della città e dovrebbe essere trasferito altrove. Ma questo non è un problema che può essere imputato a questa amministrazione. E’ un problema che esiste da sempre, in una città che per morfologia e sviluppo urbano, ha pochissime vie di transito e ancora meno punti di sosta.
Sul resto, direi di stendere un velo pietoso. Sono le solite lamentele a sfondo politico di abitanti di una città dormiente e noiosa per loro stessa colpa. Quando la fiera si faceva lungo gli archi (che pure è una zona piena di residenti) non si è mai sentito nessuno lamentarsi. Non vedo perché lì si potessero togliere i parcheggi a chi ci vive mentre nel quartiere Adriatico no. Esistono per caso dei cittadini di serie A e di serie B (a seconda del reddito catastale della casa)? E quale sarebbe l’alternativa proposta dai facinorosi al posto di questa amministrazione? Una uguale e contraria guidata da Giacomo Bugaro, colui che ha fatto campagna elettorale schierandosi dalla parte dei commercianti CONTRO la zona pedonale in Corso Garibaldi! Praticamente avallando l'idea che i commercianti anconetani (che tengono da decenni questa città per le palle!) abbiano il diritto di fare i soldi sulla base di parcheggi in seconda e terza fila (ovvero, illegali). Oltre a questo, il buon Bugaro ha sempre sostenuto di voler tagliare i fondi al già disastrato programma artistico cittadino (Nobili ha invece impresso una spinta positiva i tal senso). Anconetani, invece di lamentarci proviamo noi a cambiare il volto di questo capoluogo. Proviamo, per esempio, ad insegnare ai nostri figli l’educazione dando il buon esempio: non gettando carte e cicche per terra, non facendo fare i bisogni ai nostri cani ovunque (senza pulire dopo), non parcheggiando in doppia fila, sopra le strisce o nei parcheggi per disabili, facendo passare i pedoni quando attraversano sulle strisce, rispettando la proprietà altrui (e non solo la nostra), lasciando liberi i parcheggi destinati a madri in attesa, rispettando le precedenze, non pensando solo al nostro piccolo orticello (che molto spesso, ci è stato regalato) e, soprattutto, focalizzando la nostra attenzione sulla trave nel sedere invece che sul pelo nell’occhio. Allora sì che la città migliorerebbe! E non ci sarebbe nulla che potrebbe fare (anzi, NON fare) Gramillano (o Bugaro) per rovinare questo idillio!