Thursday, August 01, 2013

L’Italia: una repubblica fondata sulla mamma


Ce lo sentiamo dire da anni. Siamo una repubblica giovane, una democrazia giovane, un Paese ancora in gestazione. Ed è vero, vero a tal punto che la gestazione e quel cordone ombelicale che ci lega alla placenta materna proprio non riusciamo a tagliarlo. Gli anziani di oggi (ex baby boomers, ex sessantottini, ex democristiani e socialisti) hanno avuto il (de)merito di prendersi tutto quello c’era da prendersi in questo processo di sviluppo nazionale, lasciandosi dietro una scia di fumo e devastazione. Sono i nostri genitori, i genitori di quella generazione che oggi trova le porte chiuse e la strada sbarrata. I genitori dei « bamboccioni », termine dispregiativo da loro stessi coniato per definire una categoria di persone cresciuta nella totale bambagia, (de)privata di un qualsiasi senso di autonomia e rivendicazione, spogliata dei propri doveri ancor prima che dei propri diritti. Una generazione paralizzata, fantasma, che vaga nel limbo di un settore occupazionale ridotto ai minimi storici e che ammazza il tempo davanti ai social network e giocando a fare l’adolescente a vita, nell’illusione di poter trovare una qualche soddisfazione nell’ennesimo aperitivo al caffè della piazza. Sono gli effetti di una cultura, quella italiana, fortemente incentrata sul controllo parentale e sulla negazione dell’indipendenza dei giovani i quali, in un cerchio vizioso che si chiude in tragedia, sono allo stesso tempo dipendenti e generatori di dipendenza (sono più i figli ad avere bisogno dei genitori o i genitori dei figli?). Sono i mammoni cronici, quelli che a 40 anni vanno ancora  a pranzo tutte le domeniche da genitori o suoceri (perché, parafrasando una famosa frase di Primo Levi « ognuno di noi è figlio di qualcun altro »), che con la scusa di risparmiare, si fanno cucinare durante la settimana, che hanno bisogno dei nonni come tate, che portano a stirare le camice da mamma, che vivono di sotto, di sopra, di fianco ma convinti ti dicono che tanto “non c’è nessuna interferenza”. E su questo, dobbiamo ammetterlo, le donne (italiane) hanno una grave responsabilità – responsabilità scaricata felicemente dai padri spesso gregari o rinunciatari. La responsabilità di crescere un principe, non un figlio (per la figlia, il discorso e’ diverso). E come a tutti i principi che si rispettino, vanno lustrate le scarpe, sistemati i capelli, acquistati i vestiti migliori. Ma soprattutto, va preteso che abbia la migliore delle compagne : un essere introvabile che finisce per essere il terzo incomodo nel delicato e prezioso equilibrio genitore-figlio. La mamma, questa strana creatura che avvolge ma isola, che crea la vita ma può anche distruggertela. L’emancipazione di noi donne deve iniziare da qui : dalla consapevolezza che i figli non sono di nostra proprietà. Ed anche quando sono figli unici, non sono gli unici figli su questo pianeta. La famiglia italiana, che si sostituisce allo Stato nelle sue funzioni basilari giornaliere, che ne sopporta il peso e che è la vera colonna portante di un Paese che altrimenti sarebbe già crollato sotto la mole di un sistema fallimentare rappresenta, a mio parere, la fortuna e la sfortuna della cultura italica. Due facce di una stessa medaglia che ha risvolti completamente differenti a seconda che esca testa o croce. Quello stesso concetto di famiglia che è alla radice della filosofia mafiosa, quella forza (oscura?) che ha impedito fino ad oggi a questo Paese di crescere, di evolversi e di maturare in una società civile in cui il bene comune ha la prevalenza sull’interesse del singolo, in cui la meritocrazia ha la meglio sul nepotismo, in cui l’indipendenza dell’individuo prevale sul conformismo di massa. L’Italia è una repubblica fondata sulla famiglia, anzi sulla mamma. La buona notizia è che la mamma non ci abbandona mai. La cattiva notizia è che, ora, ha finito il latte.

Thursday, March 28, 2013

I sogni son desideri (di felicità)





L’ultimo post che ho pubblicato su Reset, l’ho fatto da residente italiana. Un mese dopo, eccomi qua, a postare il mio primo post da “canadese” d'adozione.

Ho riflettuto molto in questi miei primi 15 giorni di permanenza all’ombra delle foglie d’acero. Ho riflettutto su ciò che sono, che voglio essere ma soprattutto, cio’ che non voglio essere (piu’).

Sono sempre stata consapevole, sin da quando ero un’adolescente, che avevo bisogno di rimuovermi dal mio habitat naturale, di tagliare il cordone ombelicale per poter crescere e migliorarmi. 25 anni dopo, ne sono certa. Da italiana, inamorata del proprio Paese, so per certo che non potrò più vivere in Italia e lo dico in tutta serenità. Perché l’Italia è un Paese che non accoglie, ma respinge (anche chi ci è nato), perché l’Italia è un Paese che non facilita ma complica, perché l’Italia è un Paese che non valorizza ma impedisce, umilia. Per tutte queste ragioni e molte di più, la mia vita è condannata all’espatrio. Tra tutte le condanne che si possono ricevere, forse la più dolce.

Non c'è nulla di male nel sentirsi un cittadino del mondo, del sentirsi “senza radici”, del volere aprire le braccia per accogliere tutto quello che il mondo ha di bello ha offrirci.

Il Canada è un Paese meraviglioso, e non solo dal punto di vista paesaggistico. E lo dico da una che di strada ne ha macinata parecchia (Londra, Brisbane, Melbourne sono tutte state la mia casa per un periodo più o meno lungo di tempo). Il Canada è accogliente, fin dai primi minuti dallo sbarco, fin dall’approccio con il personale dell’ufficio immigrazione. Loro sono qui per aiutarti, non per metterti I bastoni tra le ruote. Perché tu sei qui per aiutare loro, per dare più forza alla loro economia, non per rubare a nessuno il lavoro.

Avrò modo, nei mesi a venire, di darvi un’idea più dettagliata di come vadano le cose qua. In un solo post è impossibile quanto riduttivo. Ma ci sono cose che posso già anticiparvi: un posto di lavoro in cui si è circondati da gente competente, cooperativa, solidale, votata al gioco di gruppo piuttosto che a farsi le scarpe a vincenda. Perché l’unione fa la forza (dell’azienda e nostra). Un’azienda dove la meritocrazia ed il fairplay sono in cima a tutti i valori. Dove la tecnologia (applicata a tutti i livelli) semplifica la vita, non la complica. E poi ci sono i sorrisi nei bar, quelli che quando ti metti in fila e non sei sicura se eri prima o dopo, ti invitano a passare avanti. C’è una scuola in cui il benessere dello studente viene al primo posto, ben prima del sapere e della lezioncina da imparare. Dove vengono coltivati ed incoraggiati I valori su cui si fondano tutte le società civili: la solidarietà, il rispetto, il senso del dovere, la cooperazione, la meritocrazia, la giustizia ma anche la creatività e la voglia di mettersi in gioco in prima persona o come gruppo. E ci sono i gruppi di genitori, molti espatriati, che collaborano tra loro, si aiutano, tessono una maglia di supporto e coperazione senza uguali. Ci sono le iniziative culturali, migliaia di strutture per bambini e famiglie, gli sport accessibili a tutti, i luoghi all’aperto dove è possibile godersi la natura, rispettandola, ma anche assecondandola. C’è la speranza, la visione di un futuro prosperoso. E c’è la voglia di esserci, di fare parte di un quadro più amplio che non si riduca solo alla propria cerchia familiare.

C’è questo e tanto di più. E ci sono io, che non mi sentivo così serena e positiva da anni. No, l’Italia non fa per me. Non credo faccia neanche per migliaia di italiani ma questo…è un altro discorso.

Wednesday, February 13, 2013

Quello che le donne non dicono (o non possono dire)



Alle soglie di una nuova tornata elettorale, con i nostri politici che fanno a gara per apparire in tv ed annunciare tagli e concessioni a questo o quello, si sente nominare di tutto: abolizione dell’IMU, tagli alle spese, condoni tombali, incentivi alle aziende, ammortizzatori sociali. Eppure della condizione delle donne, che rappresentano più del 50% dei votanti in questo Paese, neanche un accenno. Le donne in Italia sono una categoria disagiata. Una categoria silente, anzi silenziata, ed ignorata. L’occupazione femminile in Italia è al 46,5%, fanalino di coda dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), ben il 12% al di sotto della media europea. Peggio di noi solo Grecia, Messico e Turchia. In un Paese che fino ad oggi aveva registrato relativamente bassi tassi di disoccupazione, la questione femminile inizia a diventare una patata bollente. Le donne, in Italia, non solo sono le prime vittime della crisi economica con la perdita diretta del lavoro ma sono anche penalizzate a livello di impari opportunità. A questo si aggiunge il fattore “lavoro non retribuito”, essendo oltre l’80% dei lavori di cura sia sociale che domestica quasi tutti sulle spalle della compagine femminile. Sulle donne grava un grosso peso sociale e lavorativo che comprende, tra tanto, anche la gestione familiare allargata (figli, nipoti, genitori anziani, ecc) nonché la capacità organizzativa ed amministrativa di intere fette di società: dalla scuola agli ospizi. Al danno ovviamente si aggiunge la beffa: a parità di ruoli, la donna percepisce un terzo in meno dello stipendio rispetto alla sua controparte maschile. E, come dimostrano i dati dell’OCSE, lavora in media 2,6 in più al giorno senza essere retribuita. La maternità, una delle esperienze più belle ed emozionanti per una donna, viene in alcuni casi vissuta con ansia perché troppo spesso accompagnata da preoccupazioni, vessazioni. Oggi come oggi, diventare madri significa quasi certamente perdere il lavoro o porre fine alla propria carriera. Questo purtroppo ha delle conseguenze immediate: la prima, il fatto di creare grosso malcontento, sfiducia e pessimismo (e quindi, potenziale ribellione) all’interno di un grossa fetta di popolazione; la seconda, la perdita di un potenziale enorme a livello professionale per la nostra società. Molte di queste donne forzatamente disoccupate infatti, sono laureate, spesso con master, esperienza all’estero e quant’altro che però non riescono a trovare uno sbocco professionale e/o conciliare i loro impegni di mamma con quelli donna che lavora. La condizione femminile in Italia è seria. A testimoniarlo ci sono anche i livelli allarmanti di omicidi, abusi e violenze (senza contare il mobbing e lo stalking non denunciato) che vengono perpetrati sulle donne ogni giorno. Una donna muore ogni tre giorni in questo Paese. E’ un dato drammatico perché tale violenza è spesso esercitata da coloro che dovrebbero invece salvaguardare la nostra condizione: i nostri amanti, compagni, mariti, fidanzati. La condizione femminile ha radici lontane, storiche e culturali. Certo è che qua, a parte aver sdoganato la minigonna, il femminismo non ha registrato grosse vittorie. Non come negli altri Paesi europei. E’ stato un femminismo di facciata, di forma che ha lasciato invariata la sostanza. Il ventennio berlusconiano ha esacerbato una situazione già grave, sdoganando di fatto l’idea della “donna trofeo” messa a nudo (letteralmente) in tv, che sbatte tette e culo in faccia al presentatore (uomo) di turno ed alle telecamere, aldilà delle quali si trova una massa di guardoni in incognito. La “velina” è diventata una figura iconica, alla quale molte ragazze si inspirano, associandola a successo, fama, fidanzati ricchi e famosi (ma mai al talento). Il “bunga bunga”, ultimo baluardo del velinismo, ha poi sancito quello che tutti sotto sotto già pensavano: il corpo della donna è un templio che va sconsacrato. Questa sorta di misoginismo di società che, alla fine, anche le donne hanno finito per prendere per buono e sfruttare, è alla base di tutte le violenze. Per uscire da questo tunnel buio occorre innanzi tutto che le donne italiane prendano coscienza della loro condizione e della loro dignità. Non più apparire, ma essere. Una volta presa coscienza di ciò che siamo e vogliamo, occorre fare lavoro di gruppo. Cooperazione e solidarietà femminile debbono sfociare in coordinamento politico e sociale. Dobbiamo rompere gli schemi che ci sono stati imposti da un’educazione patriarcale ed una religione subdola ed egoista. Non siamo un mezzo ma un fine. Non siamo un corpo ma un’anima. Basta con la mercificazione del corpo femminile. Basta con i modi di dire sessisti e retrogradi, spesso reconditamente accettati anche da noi donne. Basta con le rivalità masochiste. Basta con l’accettazione di una condizione che non è giusta ed equa e quindi, per tale ragione, non può continuare ad essere tale. Ma soprattutto, basta con l’educazione non paritaria che noi stesse impartiamo ai nostri figli: le macchinine al maschietto, la lavatrice giocattolo alla femminuccia; lo skateboard al maschietto, la cucina in miniatura alla femminuccia. Basta! Basta con questi luoghi comuni che ci hanno convinto vadano a pescare nella nostra catena evolutiva quando in realtà consacrano processi involutivi. E’ risaputo che l’Italia sia una società fondata sulla famiglia. La famiglia, a sua volta, è un’entità fondata sulle donne. Per proprietà transitiva, l’Italia è una società fondata sulle donne. Che però non hanno voce in capitolo. Quello che le donne non dicono, ma prima o poi inizieranno a dire anzi, ad urlare. E quel giorno, saranno guai per tutti.

Thursday, February 07, 2013

Non gioco più, me ne vado

Ci sono voluti sei anni. Sei lunghi anni durante i quali, giorno dopo giorno, il sogno che tutti gli ex espatriati hanno, quello di costruire un futuro sostenibile nel proprio Paese d’origine, si è infranto, schiantandosi frontalmente contro un muro. Ci sono voluti sei anni, due figli, un mutuo da pagare, un lavoro mai realizzatosi ed una serie interminabile di episodi, che come una goccia che scava la roccia, hanno eroso il mio entusiasmo giorno dopo giorno, mese dopo mese. Sei anni per maturare una decisione che forse avrebbe dovuto essere stata presa qualche anno prima: quella di rifare le valige e tornare a migrare. Meglio essere un’espatriata di lusso che non una rimpatriata di troppo. Sei anni per dire basta ad una situazione di ripiego in cui la dignità è diventata un’altra comodità da barattare in cambio di buon cibo a tavola ed una nuotata al mare d’estate con la famiglia. A fine Febbraio mi trasferirò in Canada con tutta la famiglia. Come dice sempre mia nonna: nella vita si chiude una porta e si apre un portone. Per un Paese che non mi vuole, il mio, che mi ritiene “troppo qualificata” (per cosa?), ce n’è uno dall’altra parte del pianeta che è disposto a fare carte false per avermi. In Canada non solo avrò un lavoro prestigioso, ben retribuito e gratificante ma avrò anche accesso ad ottime scuole, servizi eccellenti, una comunità funzionante. ma soprattutto, avrò il privilegio di riscrivere la parola “futuro” nel mio vocabolario. Con l’Italia, un Paese sull’orlo di una crisi di nervi, abitato da persone nevrotiche, egoiste ed individualiste, ho chiuso. L’Italia sarà sempre la mia casa e non potrò mai smettere di amarla. Ma sarà un amore nostalgico, controverso, quasi masochista. Di quegli amori che vivono di passione ma mancano di stima e rispetto, in cui gli amanti finiscono per prendersi a botte. Ed ora, improvvisamente, tutto sembra avere un senso, anche quello che senso non ha mai avuto: gli insulti a chi la pensa diversamente (malattia che affligge anche qualche lettore di questo blog), i parcheggi in seconda fila anche quando poco più in là ci sono posti liberi, le manovre azzardate sulla strada, l’incapacità di rispettare gli spazi ed i diritti altrui, lo scarso rispetto per il bene comune, la disorganizzazione, la burocrazia, l’arroganza, la carenza di tecnologia, l’ossessione per le apparenze (che spesso ingannano) fino alla sfiducia cronica nelle istituzioni. Certo, l’Eden non esiste ma un posto più civile e, azzardo un aggettivo, “ospitale” di questo (e non parlo del l’ospitalità finalizzata al turismo) ci dev’essere. Anzi, c’è. Ci sono. Lo so per certo, perché ci sono stata. Un posto dove tutti possano sentirsi inclusi, valorizzati e parte di un progetto comune. Il sogno di essere cittadini di un Paese democratico, qualsiasi esso sia. Forse non esistono posti “migliori” ma semplicemente posti più adatti a noi. Dell’Italia voglio tenermi quell’idea romantica che tutti gli espatriati maturano dopo anni di lontananza forzata: un posto magico dove la gente mangia bene, beve buon vino e fa all’amore. La realtà è un po’ diversa lo so…ma ogni idea che ci facciamo è sempre un po’ il frutto della trasposizione dei nostri desideri. Agli italiani auguro di essere quello che non sono mai stati: un popolo. Una comunità. Una società. La speranza dicono sia sempre l’ultima a morire. Nel frattempo ci siamo preparati la fossa.

Tuesday, January 22, 2013

Auguri anche quest’anno Che sia un anno prosperoso paghiam tasse con affanno ma viaggiam sempre a ritroso. Mussolini e Andreotti, Berlusconi e ora Monti. Quando il peggio arriva sempre vuol dir proprio che siam tonti. E allora auguri creduloni, in quest'Italia che s'inguaia per sbarazzarci di questi coglioni c’è da sperar solo nei Maya!!! AUGURI A TUTTI belli e brutti uomini e donne poveri e ricchi adulti e bambini ed anche ai cretini!!!