Sunday, October 31, 2010

Appendice della colonna infame


Il 21 Settembre 2010 alla Camera dei Deputati l’Italia del Valori, per mano di Antonio Borghesi, ha proposto una votazione a favore dell’abolizione del vitalizio a cui hanno diritto i parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura. A favore si fa per dire visto che, come ci aspettava dalla casta, dei 525 presenti al voto, solo 22 hanno votato sì (i parlamentari dell’IdV) e tutti gli altri contro.

Quando si tratta di metterla in quel posto ai cittadini e difendere i propri diritti acquisiti nel corso degli anni, delle (brevi) legislature e dei vari magna-magna, destra e sinistra fanno fronte comune, alla faccia della legge Porcellum. Niente opposizione, anzi…totale accordo su tutta la linea.

Fuori dal parlamento le cose vanno in maniera un po’ diversa. La gente probabilmente a percepire la pensione ci arriverà alla soglia dei settant’anni, dopo aver sputato sangue e pagato migliaia di lire e di Euro in contributi. E la pensione sarà probabilmente da fame. Ma così van le cose nel “Paese del bunga bunga”: c’è una legge per loro ed una per tutti gli altri. Peccato che quei “loro” siamo noi. Lo so che molti di voi, leggendo questo articolo si sentiranno indignati, quasi stizziti con la sottoscritta. Ma le cose vanno dette come stanno (o per lo meno come credo che stiano). La nostra classe politica non è scesa da Marte, non è frutto di un’inseminazione artificiale tra delinquenti ed extraterrestri. No, la nostra classe politica è lo spaccato perfetto di QUESTA Italia, di QUESTI italiani. Perché, la stragrande maggioranza di persone in questo Paese, a dargli la scelta (o forse la possibilità) si comporterebbe esattamente come i signorotti che siedono ai banchi del parlamento. Una volta arrivati all’agognata poltrona, bisogna attaccarvisi come delle cozze! Farci la muffa se necessario! Questo è palese, è sotto gli occhi di tutti. Lo si riscontra nella piccola azienda a gestione familiare (dove il nonno e/o padre non molla neanche a fucilate), nelle amministrazioni pubbliche (dove i raccomandati fanno il bello ed il cattivo tempo), nelle istituzioni (dove la meritocrazia non esiste, si pensi alla classe notarile o a quella dei farmacisti). I privilegi sono duri a morire ed ancora più duri a rinunciarvi.

E qui arrivo alla punto dolente. Perché ci siamo ridotti così? Non è che forse qui i “giusti”, oltre ad essere pochi, hanno la tendenza ad adattarsi agli “sbagliati”? C’è chi dice che non è così, che in realtà i giusti sono forzati ad adattarsi per colpa degli abusi di potere. Ma che fanno quelli che vengono abusati? Si ribellano? Tentano di cambiare le cose? Macché! A loro volta, nel loro piccolo, abusano anche loro di qualcun altro. C’è sempre qualcuno che sta sotto di noi. Gli extracomunitari, i non-italiani, essendo l’ultimo anello della catena sono quelli a rimetterci di più.

Diciamocelo: gli italiani non sono certo famosi per essere dei rivoluzionari. Semmai la storia dimostra che siamo più dei lacchè, ogni volta a servizio del potente di turno: dai Borgia, ai vari papati, ai Savoia fino ai vari dittatori o aspiranti dittatori di turno. Una volta erano tutti fascisti, poi tutti partigiani, poi tutti socialisti, poi tutti anti-craxiani. Ieri erano tutti berlusconiani e già oggi…crick-crack. Non c’è coerenza, non c’è coraggio. E soprattutto, non c’è la volontà di cambiare le cose perché, a dirla tutta, il benessere è troppo e cambiare significherebbe dovervi rinunciare. Non siamo i greci e, soprattutto, non siamo i francesi. Sarkozy lo sa bene. Avrà sì approvato la riforma delle pensioni ma, come quelli che lo hanno preceduto, trema ad ogni sciopero di massa perché memore della storia. Se i francesi s’arrabbiano volano le teste. E noi? Beh, anche i nostri governanti sono memori della storia. E infatti, continuano a fare i cavoli loro come se niente fosse. Tanto noi non c’arrabbiamo mai!

Personalmente, io non mi sento italiana…ma per fortuna o purtroppo, lo sono.

Monday, October 25, 2010

Fini: da Fiuggi a Mirabilandia…pardon, Mirabello


E’ una storia di ordinaria politica italiana quella di Gianfranco Fini. Rampollo della destra radicale (il nonno, Alfredo Marani, fu presente con Italo Balbo alla marcia su Roma), Gianfranco si fa le ossa nelle file della Giovine Italia dove entra, a sua detta, per reazione contro il radicalismo di certi gruppi di sinistra. Sono i tempi della Bologna dualista, del rosso e del nero alla Stendhal, delle brigate nere contro quelle rosse.

La carriera di Fini è brillante: da delfino di Almirante, a segretario del Fronte della Gioventù, alla collaborazione con il Secolo d’Italia fino all’ascesa sui banchi del Parlamento. Negli anni ’80 viene eletto segretario dell’MSI. Ma Fini sa che, per crescere, bisogna fare qualche rinuncia. E così, nel 1995, arriva la svolta di Fiuggi e la nascita di Alleanza Nazionale. Il partito, formalmente, abbandona l’etichetta antifascista e promette un cambiamento verso un conservatorismo liberale, rinunciando ai toni prettamente fascisti contro il capitalismo e contro l’egemonia americana. E’ il Fini formato famiglia, l’inizio della lenta beatificazione. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare. Della serie “non sono una signora”, la signora Fini, Daniela Di Sotto, sempre accanto al marito, si lascia più volte andare ad esternazioni di classe del tipo: “Non manderei mai i miei figli in una scuola in cui ci fosse un maestro frocio”. Stessa sorte infame toccherà anche a presunti giocatori gay dell’amata Lazio. Fino alla famosa frase: “Sono andata a sbattermi il culo con Storace” che aprirà formalmente le indagini sulle convenzioni con la Regione Lazio.

Non si capisce se siano stati i 20 anni alla corte di Re Mida Berlusconi o i 20 anni accanto alla graziosa signora Di Sotto a spingere Fini tra le braccia della giovane Elisabetta Tulliani. Fatto sta che il Presidente della Camera si separa da entrambe ed inizia una metamorfosi politica, a metà tra pentimento e redenzione.
Ha inizio così il processo di beatificazione che, come per tutti i santi che si rispettino, passa sempre per il martirio. E così Fini, coraggioso e scaltro, si impadronisce di quelle posizioni ideologiche strategiche lasciate vuote dalla sinistra che, avendo paura di essere tacciata per troppo “di sinistra” appunto, continua a rinnegare: rispetto per gli extra-comunitari, diritti alle coppie di fatto, rispetto dei gay e persino una bella spinta alla ricerca sulle staminali. Fini parla, ammicca, lancia messaggi in codice e, soprattutto, dichiara guerra al Re. Il martire dovrà subire attacchi da una parte della sua stessa destra, dai giornali di Stato, dalle guardie del Re e dalla Lega che non accetta questa conversione cristiana. Gli unici che lo lodano, come sempre, sono quelli di sinistra che non sapendo più che pesci prendere si attaccano a Fini come una cozza si attacca allo scoglio quando c’è bufera.

Il processo di beatificazione sta per concludersi. Fini si mostra alla folla dei fedeli di Futuro e Libertà (un nome, un programma) a Mirabello. Dice cose del tipo: “Il Pdl non può essere derubricato a contorno del leader, un grande partito deve essere qualcosa di più del coro dei plaudenti”, “Vado avanti nonostante gli attacchi infami, non tanto contro la mia persona, ma contro la mia famiglia”, “Solo chi non conosce la storia oltre che la geografia può pensare che la Padania esista davvero”e ancora “Gli italiani hanno il diritto di scegliere non solo il premier ma anche i loro parlamentari” e soprattutto “La riforma della giustizia va fatta per garantire gli onesti. Tutti vogliono che i processi si concludano in tempi brevi, ma la cosa inaccettabile è che una volta definiti i tempi congrui, li si renda retroattivi, lasciando così le parti lese e le vittime con un pugno di mosche in mano”. Qualche giorno dopo in Parlamento verrà votato il Lodo Alfano anche dai rappresentanti di Futuro e Libertà.

Chi aveva mai creduto alla svolta buonista di Fini? Pochi credo. Semplicemente avevamo un po’ sperato, soprattutto a sinistra, che in questo deserto politico si potesse ancora trovare qualche rabdomante. Ad oggi, in un Paese che ha paura a definirsi democratico, Fini rimane l’unico in grado di distruggere Berlusconi, non solo per merito suo ma anche per demerito degli altri. Dall’altra parte, infatti, gli si contrappongono figure come Bersani (non pervenuto), Di Pietro (l’urlatore) e Vendola (l’alter-ego buono di Berlusconi). Sperando che Mirabello non sia stato una specie di Mirabilandia politica, non possiamo che augurarci che il santino, ormai benedetto dalla folla, ora sortisca i suoi buoni effetti. Amen.

Saturday, October 23, 2010

Comunicato stampa di WikiLeaks


Alle 5pm EST di Venerdì 22 Ottobre 2010 WikiLeaks ha reso pubblica la più grossa fuga di notizie military classificate della storia. I 391.832 rapporti ('I registri di guerra irakeni'), documentano la guerra e l’occupazione in Irak, dal 1° Gennaio 2004 al 31 Dicembre 2009 (fatta eccezione per i mesi di Maggio 2004 e Marzo 2009) così come raccontati dai soldati dell’esercito americano. Ogni rapporto è classificato come 'SIGACT' o Significant Action (Azione Importante) di guerra. Questi rapporti forniscono dettagli sugli eventi così come visti e vissuti dai soldati delle truppe americane che operano sul suolo irakeno e sono il primo sguardo sulla storia segreta di una guerra che gli Stati Uniti hanno provato a nascondere fino infondo.

I rapporti forniscono dettagli sui 109.032 morti in Irak che comprendono: 66.081 'civili'; 23.984 'nemici' (quelli identificati come ribelli); 15.196 'nazione ospitante' (forze di governo irakene) e 3.771 'amichevoli' (soldati della coalizione). La maggioranza dei morti (66.000, oltre il 60%) sono rappresentati dalla popolazione civile. Tradotto in statistiche, questo dato significa 31 civili morti in media ogni giorno durante i sei anni di conflitto. A confronto, i “Diari di guerra afghani”, precedentemente resi pubblici da WikiLeaks, durante lo stesso periodo di tempo, registrano la morte di 20.000 persone. Ciò significa che in Irak, durante lo stesso lasso di tempo, la frequenza dei morti è stata cinque volte più alta se confrontata con la densità della popolazione.

Tuesday, October 19, 2010

I fantasmi neri


Nell’immaginario collettivo i fantasmi sono bianchi. Bianchi come la purezza, come la luce, come l’aldilà. L’immaginario non cambia, il mondo sì, la realtà delle cose anche. Oggi i fantasmi sono neri. Neri come l’Africa, come la sporcizia, come il peccato, come la morte.

Ne ho incontrato uno questa mattina di fantasma. Si aggirava per le strade della mia città cercando di vendere calzetti, mollette, fazzoletti, quello che poteva. E quando non poteva, faceva leva sulla bontà delle persone, un euro per carità. Questo fantasma nero è nigeriano, ha 26 anni, come lui ce ne sono tanti in giro. Per arrivare in questo Paese ha attraversato il deserto: dalla Libia all’Algeria. Ha lasciato famiglia, madre, fratelli dietro, i suoi affetti, la sua casa. Ma queste cose non contano una volta partito. Prima sei un figlio di una madre, di una terra, dopo sei solo un vagabondo figlio di nessuno. Lui è venuto qui, rischiando la vita, con l’esercito degli altri figli di nessuno a cercare fortuna. Una fortuna che ancora non gli sorride. Vive dormendo per terra a casa di un amico e non ha niente in tasca (oggi aveva solo 50 centesimi). Ha tutti i documenti in regola (permesso di soggiorno, Codice Fiscale) che ci mostra prontamente, come se non gli credessimo. Ma nessuno vuole dargli lavoro. Lui dice di essere disposto a fare tutto, dal muratore all’imbianchino al personale per le pulizie…ma niente, i fantasmi neri non sono graditi in questo Paese “pulito”. Ci chiede se siamo italiani (gli sembriamo troppo “interessati” alle sue sventure) e noi gli diciamo che siamo uno inglese e l’altra italiana. “Ah, you’re English! You’re my friend!”. Dice che gli italiani lo guardano con disgusto, con sufficienza, con mal sopportazione. Questo quando lo guardano perché, per la stragrande maggioranza del tempo, gli occhi della gente gli passano attraverso, come se fosse un fantasma. Un fantasma sporco come il catrame, nero come la pece.

Non so come l’omino bianco possa vivere ignorando la tragedia di chi gli transita alla distanza di un metro, senza neanche accorgersene. Non so neanche come l’omino bianco, a volte con una casacca verde, altre nera, altre rossa, possa addirittura arrivare a pensare che i problemi di questa Italia ladruncola, intollerante, incapace di amare, incapace di impietosirsi, incapace di guardare avanti, incapace di guardare oltre, incapace di rispettare le regole, anche fossero quelle civili, siano da attribuire a questi fantasmi del mondo. I fantasmi neri che portano sulle loro spalle il peso del mondo che li guarda con sospetto. Come tante pecore che marciano dritte al macello, nere anche quelle.