Thursday, March 06, 2014

La Grande Amarezza


La scena di apertura è la parte migliore e più intensa. Il film sta tutto lì, in quei dieci minuti di delirio che Paolo Sorrentino, molto abilmente e quasi malignamente, prolunga fino quasi al punto di disagio fisico dello spettatore. C’è l’Italia di oggi: post-sessantottismo, post-DC, post-Craxi, post-Berlusconi. Ci sono quattro generazioni omologate nell’abbigliamento, negli usi ed abusi, nel look, nella volgarità. La linea di demarcazione generazionale si perde in un oblio di moralità da fast-food, in un egocentrismo decadente. C’è la musica degli anni ’60-’70 trasformata e riarrangiata per questa epoca che si finge moderna ma non lo è. Ci sono gli intellettuali di mezza tacca, la borghesia reazionaria, l’aristocrazia mondaiola ma anche gli aspiranti nessuno. Ci sono i nani e le ballerine. C’è pure Serena Grandi! E dietro, oltre il neon Martini (Martini? There’s a party!), c’è Roma. Sarebbe potuto finire li’ il film, e forse sarebbe stato da Oscar. E invece è andato avanti altre due ore. Due ore di troppo. Due ore di noia.

I riferimenti a La Dolce Vita di Fellini sono palesi. C’è la dicotomia tra il bene ed il male, il lecito e l’illecito, la moralità e l’ipocrisia, la Chiesa e la città che vivono a stretto contatto tra loro e spesso si fondono in unico essere, l’una bisognosa dell’altra.


I dialoghi sono monotoni, vuoti, pretenziosi. Sono convinta siano volutamente tali ma rimane il fatto che anche l’astrattismo più nobile richieda un radicamento nella realtà di tutti i giorni. Anche tra Flavia Vento e Vittorio Sgarbi qualche dialogo interessante credo possa uscirne fuori. C’è un esercito di ritoccati e di botulinizzati, che si aggrappa disperatamente alla propria esteriorità sperando di continuare a piacere e piacersi. La Ferrilli, come emblema del restauro barocco, è perfetta. Madame (Fanny) Ardant, elegante e bella nel suo processo di invecchiamento, le fa da contrappeso. La volgarità e la classe. C’è l’arrampicatrice sociale che si crede idealista, nascosta dietro un matrimonio infelice ed un marito gay ma ricco che le permette di fare la bella vita, di curare la forma e, nel frattempo, fingere di essere intellettuale e piena di buoni principi. Cecità di comodo. C’è lo stridente contrasto tra palazzi imponenti, pieni di storia, di opere d’arte e la vuotezza di chi li abita, distratto da quello che lo circonda e preso dal proprio (non) essere. La scena di Gambardella a letto con Orietta (Isabella Ferrari), circondati da capitelli e bellezze indicibili che discutono sulla presunta arte degli auto-scatti di lei apprezzati da amici su Facebook è di una eloquacità disarmante. C'è il disagio dell'infanzia che è al centro dell'attenzione solo quando fenomeno da baraccone. C’è anche lo spremiagrumi Brandani, che si guadagna un primo piano. Una marca sicuramente troppo low-cost per la borghesia romana (quanto avranno sborsato?).


Jep Gambardella è un personaggio scontato ma non banale. E’ il diavolo e l’acqua santa (dicotomia, ancora). Gambardella è l’incarnazione del figlio di papà (ma anche di puttana), o aspirante tale, che usa ed abusa, che si burla degli altri e della vita e che non deve lavorare per affermarsi. E’ Berlusconi ma anche Bertinotti. E’ la generazione beat ma anche quella new age. E’ il narcisismo puro, fine a se stesso. Mediamente intelligente, mediamente colto, senza alcun particolare talento se non l’arrivismo, si gode della ricchezza ereditata e di quella che lo circonda come se tutto gli fosse dovuto con, ogni tanto, qualche conato di coscienza (dettata dall’età).


La fotografia è bellissima. Sicuramente la parte migliore del film. Ma pecca di photoshop. Se uno non fosse mai stato a Roma, potrebbe (erroneamente) pensare che sia una città pulita, ordinata, ben tenuta. E invece – e forse è questo che mi è piaciuto meno del film – la decadenza della cultura italica non è qui accompagnata dalla decadenza fisica del Paese stesso. Roma è una città sporca, imbrattata di scritte sui muri, male organizzata, mal tenuta e con una emergenza discariche pressante. I monumenti, incluso il Colosseo, stanno cadendo a pezzi causa l’incuria dell’amministrazione ma anche dei cittadini. Sorrentino avrebbe dovuto far emergere anche questo. Una decadenza implica l’altra. Vanno a braccetto verso la devastazione. La recitazione è un altro nodo dolente del film. Non dico che bisognerebbe produrre fenomeni come certi attori americani che riescono a cambiare accento, postura e pure fisico per immedesimarsi nella parte ma almeno cercare di non essere se stessi, da degli attori professionisti, mi pare che non sia chiedere troppo. E invece Tony Servillo, Sabrina Ferilli e Carlo Verdone sono intrappolati nello stesso personaggio da decenni. La sigaretta in bocca a Servillo che si vede in quasi tutti i film in cui recita è di una scontatezza mortale. Stesso accento, stesso approccio. Stessa spiaggia, stesso mare.


Il film è piaciuto moltissimo al pubblico americano. E non c’è da stupirsi. Come ha detto molto bene Massimo Gramellini, La Grande Bellezza incarna l’idea precostituita che hanno di noi oltreoceano, agli stereotipi che ci appartengono da un secolo: un popolo guascone, solare, colorato, corrotto, un po’ mafioso ma anche un po’ buono, un po’ ruffiano, un po’ paraculo che sa incantare. E’ la formula vincente ed alternativa al pizza e mandolino: champagne, bei vestiti e belle donne.


Perché piaccia (a molti) italiani che fino a ieri facevano la fila per vedere Checco Zalone, anche quello c’è da capirlo. Il ventennio berlusconiano ci ha ridotto ad un popolo di sostenitori, di ultras. Abbiamo vinto l’Oscar e quindi siam tutti contenti! Perché siamo belli, bulli e balliamo bene. L’amaro che lascia in bocca la Grande Bellezza è in parte mitigato dall’idea che comunque, in fondo, viviamo nel Paese più bello del mondo. E allora lo spettatore esce dal cinema rincuorato. Abbiamo un Paese allo sbando, invivibile ma che ce frega! Il Colosseo ce l’abbiamo solo noi! E’ il messaggio subliminale del film di Sorrentino infondo. La Grande Bellezza, fuori. Ma dentro? La risposta la da Jep Gambardella: “Ero venuto a Roma a cercare la Grande Bellezza. Ma non l’ho trovata”. Chi sa se qualcuno ha registrato la frase…


Si può amare senza essere innamorati ma non si puo’ essere innamorati senza amare. Il problema degli italiani e che sono innamorati del loro Paese ma non lo amano. Non abbastanza per coltivarne la vera grande bellezza.


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